Tutto comincia nel 2016, guardando alcune immagini satellitari: da allora la ricerca di Piras non si è mai arrestata e si evolve cercando conferme
Una seconda Sfinge, sepolta sull’Altopiano di Giza e collocata in posizione speculare rispetto a quella che conosciamo. È l’ipotesi intorno alla quale Damiano Piras, statistico e analista dati con competenze nell’analisi geografica GIS e una passione per la storia antica, lavora ormai da dieci anni. Un percorso cominciato nel maggio del 2016, quando le riflessioni di Robert Bauval sulla possibile esistenza di una seconda Sfinge lo portarono ad aprire le mappe satellitari di Giza e a cercare, seguendo un principio di simmetria rispetto alla Sfinge e alle piramidi di Chefren e Cheope, il punto in cui avrebbe potuto trovarsi.
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«Davanti ai miei occhi comparve una forma compatibile con ciò che avevo immaginato, proprio nel punto in cui ero andato a cercarla, con dimensioni e orientamento simili alla Sfinge conosciuta», racconta Piras. Un’intuizione che lui stesso tiene nettamente distinta da una prova e che negli anni ha cercato di sottoporre a verifica mettendo insieme analisi geografica e statistica, geometria, archeoastronomia, storia ed egittologia.
La teoria parte dall’idea che la posizione individuata possa inserirsi in una rete di simmetrie, proporzioni geometriche e allineamenti astronomici già presenti nell’Altopiano di Giza. Tra gli elementi sui quali Piras concentra maggiormente l’attenzione c’è un cerchio di 2400 cubiti reali che comprende le principali strutture del sito e attraversa la Sfinge conosciuta. La posizione proposta per la seconda Sfinge sarebbe attraversata dallo stesso cerchio e coinciderebbe inoltre con un punto del quadrato inscritto al suo interno.
A questa lettura geometrica Piras affianca quella archeoastronomica. Nel settembre 2024 è andato personalmente a Giza durante l’equinozio d’autunno per verificare un fenomeno che considera speculare a quello già noto del tramonto osservato dalla Grande Sfinge: dalla posizione della seconda Sfinge da lui ipotizzata, all’alba, il Sole sale visivamente lungo la parete nord della Piramide di Cheope fino a raggiungerne il vertice un’ora dopo il sorgere.
Sono indizi che Piras interpreta come parti di un possibile sistema unitario, nel quale le due Sfingi avrebbero una relazione geometrica, astronomica e simbolica. Ma il confine tra ipotesi e scoperta rimane centrale nel suo ragionamento. «Per poter dire davvero “ora ci siamo”, non basta osservare una serie di indizi coerenti, per quanto significativi», sottolinea. La risposta, secondo lo stesso Piras, potrà arrivare soltanto da una verifica materiale: indagini archeologiche e scavi nell’area in cui localizza l’ipotetica seconda Sfinge.
L’intuizione del 2016 e la ricerca sulle immagini satellitari
Lei racconta che tutto è partito nel 2016, guardando per la prima volta delle immagini satellitari con un’ipotesi già in mente. Cosa l’ha spinta a cercare proprio quell’area, e cosa ha provato nel momento in cui ha visto per la prima volta una forma compatibile con quanto immaginava?
Tutto è nato in un preciso momento del maggio 2016.
L’informazione iniziale e l’ispirazione sono arrivate dalle riflessioni di Robert Bauval sulla possibilità di una seconda Sfinge: senza quel primo spunto, questo percorso di ricerca probabilmente non sarebbe mai iniziato. In quell’istante venni a conoscenza, per la prima volta, della possibilità che a Giza fosse esistita una seconda Sfinge.
La mia reazione fu immediata e nella mia mente si delineò un’idea precisa, fondata su un principio di simmetria rispetto alla Sfinge conosciuta e alle piramidi di Chefren e Cheope. Perciò aprii subito le mappe satellitari e iniziai a cercarla: fu un momento che non dimenticherò mai.

Davanti ai miei occhi comparve una forma compatibile con ciò che avevo immaginato, proprio nel punto in cui ero andato a cercarla, con dimensioni e orientamento simili alla Sfinge conosciuta. La sensazione fu davvero sconvolgente: non mi aspettavo di trovare qualcosa del genere e, fin da subito, ebbi la netta impressione di trovarmi davanti a un’idea che meritava di essere approfondita.
Naturalmente quella non poteva essere una prova, ma fu l’inizio di tutto. Da quel momento sentii il bisogno di verificare ogni aspetto con il massimo rigore.
È iniziato così un lungo percorso di studio che, negli anni, mi ha portato ad analizzare fonti storiche, studi archeologici, aspetti geometrici e archeoastronomici dell’Altopiano di Giza, fino a recarmi personalmente sul posto durante l’equinozio autunnale del 2024. È importante sottolineare che l’idea di una seconda Sfinge non è nuova: nel tempo diversi studiosi ed egittologi hanno preso in considerazione questa possibilità, proponendo però localizzazioni differenti.
Ciò che distingue il mio lavoro è il tentativo di inserire questa ipotesi all’interno di un quadro coerente di allineamenti geometrici, proporzioni matematiche, osservazioni astronomiche ed elementi storici e religiosi dell’Antico Egitto, cercando di verificare se tutte queste evidenze possano convergere verso una stessa conclusione. Se devo indicare un momento preciso in cui tutto è iniziato, è stato proprio quello: l’istante in cui ho visto quella forma nelle immagini satellitari.
È un’emozione che ricordo ancora oggi con nitidezza e che, probabilmente, non dimenticherò mai.
Uno sguardo interdisciplinare sull’Altopiano di Giza
Lei stesso sottolinea di non avere una formazione in egittologia, ma di arrivare da statistica e analisi geografica (GIS). Pensa che proprio questo sguardo “esterno” le abbia permesso di notare qualcosa che gli specialisti non avevano considerato? O ha incontrato resistenze proprio per questo?
È una questione che mi sono posto fin dall’inizio.
Non avere una formazione specifica in egittologia è sempre stata una mia preoccupazione e, proprio per questo, ho cercato di colmare quel limite attraverso lo studio e il confronto costante con studiosi del settore.
Più che di uno “sguardo esterno”, però, preferisco parlare di un approccio interdisciplinare. In realtà non è stata una scelta, ma una necessità.
Per cercare di comprendere un tema così complesso è stato indispensabile mettere in dialogo discipline diverse: analisi geografica, statistica, geometria, archeoastronomia, storia ed egittologia. L’idea iniziale è nata dalla mia passione per la Storia Antica, ma per verificarla era necessario confrontarla con strumenti e competenze differenti.
La mia formazione, in particolare come statistico e analista dati, mi ha probabilmente aiutato ad affrontare il problema con un metodo rigoroso. Sono abituato a distinguere con chiarezza ciò che è osservabile e verificabile da ciò che rappresenta soltanto un’ipotesi o una probabilità.
Per questo ho cercato di costruire una ricerca fondata su dati misurabili, relazioni geometriche, allineamenti astronomici, fonti storiche e confronti con studi consolidati, evitando per quanto possibile interpretazioni arbitrarie. Parallelamente allo studio, ho sempre ritenuto fondamentale il confronto con studiosi dei principali ambiti coinvolti.
Prima della pubblicazione della ricerca, e ancora di più dopo la sua uscita nel 2025 in italiano, successivamente tradotta anche in inglese e in spagnolo, ho condiviso il mio lavoro con egittologi, archeoastronomi e altri ricercatori, sia indipendenti sia appartenenti al mondo accademico, con l’obiettivo di raccogliere il maggior numero possibile di osservazioni e valutazioni critiche.
Per quanto riguarda le resistenze, credo siano una conseguenza naturale quando si propone un’ipotesi che si discosta dalle interpretazioni più consolidate, ed è anche giusto che sia così.
La ricerca scientifica si fonda sul confronto e sullo spirito critico. Personalmente non cerco consenso, ma una valutazione attenta del lavoro svolto. Finora, quando ho avuto modo di confrontarmi con studiosi italiani, e recentemente anche internazionali, i riscontri ricevuti sono stati nella maggior parte dei casi positivi e comunque costruttivi.
Alla fine, ritengo che ciò che conti davvero non sia il percorso di chi propone una nuova idea, ma la solidità del metodo, la qualità delle evidenze e la possibilità che le conclusioni possano essere verificate, discusse e, se necessario, anche confutate.
Questo è il processo naturale della ricerca.

L’equinozio del 2024 e la verifica sul campo
Lei è volato in Egitto apposta per l’equinozio di settembre 2024, per verificare con i propri occhi gli allineamenti solari ipotizzati. C’è stato un momento, in quei due giorni, in cui ha pensato “ora ci siamo” o al contrario ci può raccontare un dubbio che l’ha colta di sorpresa?
Sì, mi sono recato sull’Altopiano di Giza proprio durante l’equinozio d’autunno del 2024 con diversi obiettivi, e uno molto preciso: verificare sul campo un’ipotesi che avevo sviluppato in precedenza.

Da oltre quarant’anni è noto un fenomeno osservabile al tramonto degli equinozi dalla Grande Sfinge. Posizionandosi in un punto preciso del Tempio della Sfinge, il sole tramonta allineandosi con la Sfinge e con la parete sud della Piramide di Chefren.
Mi sono chiesto se quel fenomeno potesse avere un corrispettivo speculare all’alba, in relazione alla posizione della seconda Sfinge che propongo nella mia ricerca. Ricordo perfettamente quei momenti, che ho documentato con fotografie sia il giorno precedente sia nel giorno esatto dell’equinozio autunnale del 2024.
Rendermi conto che, ponendomi di fronte alla posizione della seconda Sfinge, il sole saliva gradualmente lungo la parete nord della Piramide di Cheope è stato sorprendente. La cosa che mi ha colpito di più è che non si trattava di un semplice allineamento che dura pochi istanti, ma di una vera sequenza dinamica.
Il sole accompagna visivamente l’intera geometria della piramide, dalla base fino alla sommità, creando un’immagine di straordinaria eleganza, quasi come se la Grande Piramide diventasse una simbolica “Stairway to Heaven”, una scala verso il cielo.
Sia le fotografie che ho realizzato sul posto sia le successive verifiche effettuate con software archeoastronomici confermano che, osservando il fenomeno da quella prospettiva, il sole raggiunge il vertice della Grande Piramide esattamente un’ora dopo l’alba.
Rendermi conto di ciò che stavo osservando è stata un’emozione enorme, anche perché ho potuto osservare un fenomeno ripetibile e verificabile anche grazie a software archeoastronomici (come www.suncalc.org).
In sintesi, quel viaggio ha rafforzato la convinzione che la ricerca stesse seguendo una direzione coerente.
Se dovessi indicare il momento più emozionante, direi proprio quello dell’alba dell’equinozio del 22 settembre 2024.
In quei momenti ho avuto la sensazione di vedere prendere forma, davanti ai miei occhi, qualcosa che mostrava una sorprendente coerenza con l’intero contesto. In ogni caso, oltre a questo elemento specifico, ritengo che il valore della ricerca nasca dalla convergenza di numerosi indizi indipendenti tra loro: geometrici, astronomici, architettonici, storici, simbolici e religiosi.
È il loro insieme a delineare un quadro interpretativo che, a mio avviso, merita di essere studiato e discusso.
Detto questo, ci tengo a sottolineare un aspetto fondamentale. Per poter dire davvero “ora ci siamo”, non basta osservare una serie di indizi coerenti, per quanto significativi. Il momento decisivo arriverà soltanto quando la seconda Sfinge, se la mia ipotesi è corretta e si trova realmente sepolta nella posizione che propongo, verrà riportata alla luce.
Fino ad allora, la mia rimane un’ipotesi di ricerca supportata da molteplici evidenze convergenti. Qualsiasi conferma materiale potrà arrivare esclusivamente attraverso future indagini archeologiche e scavi mirati, che mi auguro possano essere presto realizzati.
La geometria e il cerchio di 2400 cubiti
Nel libro lei elenca una lunga serie di indizi geometrici che si sovrappongono nella stessa area (il cerchio di 2400 cubiti, il quadrato inscritto, il cerchio delle tre piramidi…). Qual è, tra tutti, l’indizio che considera più solido?
Tra tutti gli elementi geometrici che ho analizzato, ritengo che il più significativo sia il quadrato inscritto nel cerchio di 2400 cubiti reali.
Il motivo è che non si tratta di una geometria costruita per adattarsi alla mia ipotesi, ma di una configurazione già conosciuta e studiata nell’ambito dell’Altopiano di Giza. Il cerchio di 2400 cubiti reali comprende infatti le principali strutture dell’altopiano, incluse le piramidi, e attraversa anche la Sfinge conosciuta.
Questa geometria, studiata anche da Eckhart R. Schmitz (www.thegreatpyramidofgiza.ca), può essere considerata una proprietà intrinseca del complesso di Giza, perché deriva direttamente dal posizionamento dei monumenti.
Non è quindi un elemento scelto arbitrariamente dall’osservatore: una volta stabiliti i punti fondamentali, queste relazioni geometriche emergono necessariamente, secondo il principio geometrico per cui per tre punti passa uno e un solo cerchio.
L’aspetto che considero più interessante è che, inserendo in questa geometria la posizione della seconda Sfinge che ipotizzo, emerge che essa non solo viene attraversata dal cerchio di 2400 cubiti (così come la Sfinge conosciuta), ma si trova anche in corrispondenza di un punto preciso del quadrato inscritto in quel cerchio: l’angolo superiore sinistro, indicato da Schmitz come punto “a”.
Ritengo questo elemento particolarmente significativo perché il punto “a” non è stato individuato partendo dalla posizione della seconda Sfinge, ma appartiene a una geometria già definita attraverso le strutture conosciute dell’Altopiano di Giza.
Il fatto che la posizione da me proposta coincida proprio con quel punto aggiunge un ulteriore elemento di interesse alla mia ipotesi.
Naturalmente questo è solo uno degli elementi della ricerca.
Il valore complessivo nasce dalla convergenza di più evidenze: altre geometrie mostrano infatti aspetti di simmetria e specularità tra la Sfinge conosciuta e la seconda Sfinge ipotizzata, che rappresentano peraltro il punto di partenza della mia intuizione iniziale.
Quello che ritengo importante è che questi elementi non vengano letti singolarmente, ma nel loro insieme: la posizione ipotizzata della seconda Sfinge sembra inserirsi in geometrie già presenti nell’Altopiano di Giza, offrendo una possibile chiave di lettura aggiuntiva del complesso, in grado di completare il quadro che già conosciamo.
(Il libro a cui si fa riferimento è L’Alba di una Nuova Sfinge – Ipotesi sulla posizione di una seconda Sfinge a Giza, n.d.r)
Il confronto tra archeoastronomia ed egittologia
Cos’è emerso dalla conferenza del 14 giugno a Roma? Confronti, nuove ipotesi?
La conferenza del 14 giugno a Roma è stata innanzitutto un momento di confronto molto interessante, che ha coinvolto non soltanto i relatori sul palco, ma anche tutte le persone presenti in sala.
La partecipazione del pubblico, con le numerose domande, osservazioni e riflessioni emerse durante l’incontro, ha contribuito a rendere la giornata un momento di grande valore e condivisione. Per me è stato un grande onore presentare la mia ricerca con il contributo di rinomati studiosi e divulgatori provenienti da diversi ambiti, come l’egittologo Marco Rocchi, l’astrofisico e archeoastronomo Paolo Colona e Adriano Forgione, direttore della rivista FENIX, esperto di tematiche legate alla storia, al simbolismo e al sacro.
Il contributo di ciascuno di loro è stato importante perché ha permesso di osservare l’ipotesi della seconda Sfinge attraverso prospettive differenti.
L’intervento di Paolo Colona, in particolare, è stato incentrato sull’archeoastronomia, sull’importanza che cielo e stelle hanno avuto presso i popoli del passato e come si può rivelare un sorprendente aiuto nell’indagine storica dell’antichità. Seguendo le tracce di osservazioni astronomiche disseminate nella letteratura, nella filosofia e nel mito antico, l’archeoastronomia culturale è in grado di mettere in luce aspetti sconosciuti e risolvere misteri finora irrisolti.
Le evidenze archeoastronomiche emerse dalla mia ricerca, presentate anche nell’ultimo Seminario Nazionale di Archeoastronomia svoltosi a Genova, non riguarderebbero esclusivamente i fenomeni speculari già descritti, osservabili all’alba e al tramonto degli equinozi dalle due Sfingi.
A sostegno della mia ipotesi si aggiungono infatti ulteriori fenomeni speculari, rilevabili nei due solstizi opposti: da un lato il fenomeno noto del tramonto del solstizio estivo osservato dalla Sfinge conosciuta; dall’altro il fenomeno a esso speculare, individuato dalla Sfinge gemella ipotizzata, all’alba del solstizio invernale.
In entrambi i casi, sull’Altopiano di Giza risulterebbe rappresentata l’immagine di Akhet, l’orizzonte sacro associato al concetto di creazione nel mito dell’Antico Egitto.
Tale configurazione completerebbe inoltre il quadro del calendario solare simbolicamente rappresentato dallo stesso Altopiano di Giza, grazie alla presenza della seconda Sfinge ipotizzata.
In sostanza, i fenomeni già conosciuti dalla Sfinge al tramonto degli equinozi e del solstizio estivo verrebbero coerentemente completati da quelli osservabili, grazie alla seconda Sfinge da me ipotizzata, all’alba degli equinozi e del solstizio invernale, delineando un sistema solare speculare e unitario.
Le due Sfingi risulterebbero inoltre unite dall’asse solstiziale, che collega i due momenti più opposti dell’anno: l’alba del solstizio invernale e il tramonto del solstizio estivo.
Marco Rocchi ha invece approfondito elementi dal punto di vista egittologico e simbolico che si inseriscono in modo coerente con alcune interpretazioni alla base della mia ipotesi. In particolare, Rocchi ha sottolineato come la presenza di Sfingi gemelle sia attestata nella simbologia egizia, dove compaiono come guardiani dell’orizzonte e dell’Oltretomba. Ha inoltre confermato alcuni aspetti presenti nella mia ricerca, come l’idea che la seconda Sfinge ipotizzata possa rappresentare il principio femminile, associato alla dea Tefnut, in relazione alla Sfinge oggi conosciuta, collegata invece al dio Shu.
Questa lettura rafforzerebbe ulteriormente l’idea di un progetto unitario dell’intero complesso monumentale di Giza, tanto più che Shu e Tefnut sono anche associati proprio al tramonto e all’alba. Sono elementi che si collegano ad aspetti della mia ricerca e che trovano così un ulteriore punto di confronto all’interno della tradizione egizia.
Un aspetto che considero particolarmente significativo è stato proprio il confronto tra discipline diverse. L’interdisciplinarità non è nata in occasione della conferenza, ma rappresenta la base stessa della mia ricerca: fin dall’inizio ho cercato di mettere in relazione analisi geometrica, studio dei dati, archeoastronomia ed egittologia per provare a comprendere il complesso di Giza.
La conferenza ha dato l’opportunità a questi diversi approcci di incontrarsi e dialogare pubblicamente.
Anche l’interazione con il pubblico è stata molto interessante, perché ha mostrato quanto i temi legati a Giza, alla sua storia e ai suoi possibili significati continuino ancora oggi a suscitare grande interesse e nuove domande.
In ogni caso, la conclusione rimane quella che accompagna la mia ricerca ormai da tempo: gli elementi raccolti possono delineare un quadro coerente e offrire nuove prospettive di studio, ma il passaggio più importante sarà poter verificare, tramite scavi archeologici, la localizzazione da me proposta per la seconda Sfinge.
Per questo, la speranza è che in futuro possano essere realizzati scavi archeologici mirati, così da fornire una risposta definitiva all’ipotesi avanzata.
Sito ufficiale Second Sphinx https://www.secondsphinx.it
