Dalle tombe dipinte alle idrie ceretane, dalla lotta agli scavi clandestini al riallestimento di Palazzo Vitelleschi: il direttore Vincenzo Bellelli racconta il presente e il futuro dei musei di Tarquinia e Cerveteri.

Gli Etruschi non furono un popolo monolitico, misteriosamente assorbito dal mondo romano e rimasto imprigionato nelle proprie necropoli. Furono una civiltà urbana, articolata in centri con caratteristiche differenti, aperta agli scambi e capace di rielaborare le influenze esterne creando linguaggi originali. È da qui che parte il lavoro di Vincenzo Bellelli, direttore del Parco archeologico di Cerveteri e Tarquinia, impegnato a restituire al pubblico un’immagine più viva e complessa dell’Etruria.

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Le mostre Veder greco in Etruria. Le idrìe di Cerveteri, visitabile al Museo Archeologico Nazionale Cerite fino al 31 ottobre 2026, e In viaggio nel Regno delle Ombre. Capolavori della pittura etrusca fra Tarquinia e Orvieto, in programma al Museo Archeologico Nazionale di Tarquinia fino al 15 novembre 2026, nascono da questo stesso principio. Due progetti differenti che riportano temporaneamente nei territori in cui furono realizzate opere oggi disperse tra importanti musei italiani ed europei.

Il racconto riguarda, tuttavia, anche il rapporto con una storia più recente e controversa: quella degli scavi clandestini e dei tombaroli, spesso romanticizzati dalla letteratura e dal cinema. Per Bellelli è necessario ribaltare la prospettiva e presentare oggi Tarquinia e Cerveteri come «capitali della legalità archeologica». Sullo sfondo, la crescita dei visitatori, il futuro riallestimento di Palazzo Vitelleschi e un obiettivo preciso: trasformare il museo in un luogo vivo, nel quale non si entri soltanto per osservare le opere, ma anche per studiare, approfondire e trascorrere del tempo.

Partiamo dalle due mostre temporanee attualmente ospitate nei musei di Tarquinia e Cerveteri. Come sono nate e che cosa raccontano?
«Abbiamo due musei importanti, collegati alle rispettive aree archeologiche, e periodicamente proponiamo rassegne temporanee per valorizzare le collezioni oppure perché abbiamo rapporti istituzionali con altri musei, anche stranieri. Queste collaborazioni possono aiutarci a mettere in luce alcuni aspetti delle nostre collezioni e le specificità dei due territori: per Tarquinia la pittura funeraria, per Cerveteri i rapporti con il mondo greco. Le due mostre inaugurate quest’anno sono il risultato di un percorso molto lungo, cominciato anni fa. Le interlocuzioni con il Museo Archeologico Nazionale di Orvieto per la mostra di Tarquinia e con alcuni prestatori nazionali e internazionali per quella di Cerveteri sono iniziate già nel 2023.

La mostra di Tarquinia propone una rassegna sulla pittura etrusca del IV secolo a.C. basata sulle testimonianze di Orvieto e Tarquinia, due centri etruschi che in questo periodo avevano rapporti molto stretti, con un ruolo di leadership esercitato da Tarquinia. Le testimonianze selezionate sono quelle delle tombe Golini I e II di Orvieto. Si era determinata una circostanza favorevole: erano in corso dei lavori al Museo Archeologico Nazionale di Orvieto e ci è sembrato virtuoso evitare che, durante questo periodo, le tombe Golini fossero chiuse in un deposito. Con questa occasione abbiamo esposto per la prima volta a Tarquinia anche la Tomba Bruschi.

Quando parliamo di esporre una tomba può sembrare strano. Si tratta degli affreschi originali che, con la tecnica dello strappo, furono asportati dagli ipogei all’epoca della scoperta. Parliamo di ritrovamenti avvenuti negli anni Sessanta del secolo scorso. Gli affreschi furono fissati su tele e telai di legno e successivamente ricomposti sotto forma di camera funeraria. È quindi una mostra con un grande impatto emotivo sul visitatore, perché ricreiamo la sensazione di entrare in una tomba. Il percorso comprende inoltre alcuni elementi dei corredi funerari».

Anche a Cerveteri c’è una mostra che potremmo definire imperdibile.
«La mostra di Cerveteri ha avuto una gestazione ancora più lunga e racconta la storia straordinaria di alcuni vasi istoriati unici al mondo. Le idrie ceretane conosciute sono in tutto una quarantina. Furono realizzate da artigiani ionici, quindi greci, ma sono state rinvenute esclusivamente a Cerveteri. Sono una testimonianza capace di spiegare come Cerveteri avesse rapporti privilegiati con il mondo greco. È possibile che alcuni artisti si siano trasferiti sul suolo etrusco e abbiano realizzato queste opere per la committenza locale. Le idrie ceretane sono considerate tra i più bei vasi greci figurati in assoluto, anche per la loro policromia.

Per la mostra ne abbiamo raccolte venti, quasi tutte quelle conservate in Europa. Grazie a due importanti accordi con il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia e con il Louvre, abbiamo acquisito temporaneamente nella loro completezza i nuclei di idrie ceretane appartenenti alla collezione Campana del Louvre e a quella di Villa Giulia. A questi si aggiungono altri prestiti provenienti dai Musei Capitolini, da Firenze e dai Musei Vaticani. Abbiamo quindi riunito gran parte di queste opere. Venendo a trovarci, il visitatore può vedere in una volta sola ciò che normalmente si trova distribuito in luoghi diversi del continente.

L’occasione era propizia anche per valorizzare testimonianze pittoriche locali, sia vascolari sia parietali e realizzate su differenti supporti. Sono opere nate dal contatto molto fecondo con l’arte ionica trapiantata in Etruria. Abbiamo valorizzato le nostre collezioni, presentato opere conservate nei depositi e anche alcuni inediti che non erano mai stati mostrati al pubblico. Questo è, in sintesi, il concept complessivo della mostra».

Queste esposizioni affrontano anche un’altra sfida: spiegare che gli Etruschi non costituivano una realtà monolitica. Tarquinia, Orvieto e gli altri centri avevano caratteristiche e rapporti differenti. Quanto è importante comunicarlo?
«Ha ragione. C’è stato e continua a esserci un effetto un po’ fuorviante della comunicazione di massa, che privilegia la parola chiave Etruschi perché è un attrattore molto efficace. Gli Etruschi sono ancora circondati da quest’aura di mistero. L’Etruria era invece una realtà molto diversificata, proprio come il mondo greco e la Magna Grecia, dove esistevano vari centri. Certamente vi erano alcuni denominatori comuni, relativi ad aspetti istituzionali e religiosi e, naturalmente, alla lingua, sebbene esistessero anche differenze dialettali. Ma soprattutto nella cultura materiale e nell’arte figurativa troviamo enormi differenze.

Queste differenze emergono già nel distretto meridionale. Veio ha rapporti e un’evoluzione autonoma, mentre Cerveteri e Tarquinia mantengono maggiori contatti, per esempio, con la Grecia metropolitana e con la Ionia. Vulci è già un mondo a parte, oltre a essere una sorta di cerniera tra l’Etruria settentrionale e quella meridionale. Per non parlare poi di Chiusi. Con la mostra abbiamo voluto evidenziare anche questo aspetto. In quel periodo Tarquinia è una vera capitale culturale dell’Etruria e intrattiene, per motivi anche storici, rapporti con Orvieto. Rapporti che si riflettono nella circolazione degli stili e delle iconografie. La pittura funeraria diventa una delle principali casse di risonanza di questi fenomeni».

Attraverso le conferenze organizzate dal Parco avete raccontato anche aspetti molto concreti della vita etrusca: dagli specchi alle abitudini legate al vino. Quanto è importante restituire l’immagine di un popolo vivo, andando oltre l’associazione quasi automatica tra Etruschi, morte e mistero?
«A noi interessa raccontare la civiltà etrusca come una civiltà di centri urbani vivaci, abitati da comunità anche multietniche, molto aperte alle influenze provenienti dall’esterno e capaci di rielaborarle per creare prodotti originali. Questo effetto deformante deriva dal fatto che le testimonianze più numerose giunte fino a noi sono di carattere funerario. Siamo quindi costretti a ricostruire molti aspetti della civiltà etrusca attraverso l’arte funeraria. Ma questa visione è stata in parte accentuata anche dalla storiografia.

Per un lungo periodo lo stesso mondo accademico si è concentrato soprattutto su questo aspetto, enfatizzando l’arte funeraria. Ciò ha avuto conseguenze anche sul piano della divulgazione, in cui si è affermata l’immagine di un mondo misterioso, legato alla morte e alle necropoli. Un’immagine che, in un certo senso, fa anche comodo perché possiede una presa molto forte sul pubblico.

Da tempo, almeno dagli anni Ottanta e quindi da quasi cinquant’anni, si è però verificata un’inversione di tendenza. Sono cominciati grandi scavi anche nelle aree urbane e abbiamo iniziato a leggere le testimonianze dell’arte funeraria come fonti attraverso le quali ricostruire usi, costumi e soprattutto condizioni sociali. Quando organizziamo una conferenza o una mostra, oppure scriviamo un libro, prestiamo molta attenzione a questo aspetto, sperando di riuscire a riequilibrare un po’ i piatti della bilancia».

Che cosa pensa, invece, della recente romanticizzazione cinematografica della figura dei tombaroli? Anche film come La chimera hanno contribuito a riportarla nell’immaginario collettivo. Gli scavi clandestini fanno inevitabilmente parte della storia delle scoperte etrusche, ma quanto incidono ancora sul racconto di questi territori?
«Condivido la sua osservazione: è un dato di fatto. Nella letteratura e nell’audiovisivo esiste questa tendenza. È il potere del racconto letterario e cinematografico, capace di interpretare e valorizzare gli aspetti che possono esercitare una presa maggiore sull’immaginario collettivo. Questo deriva anche dal fatto che gli scavi clandestini e l’attività dei tombaroli sono effettivamente intrecciati alla storia della tutela archeologica.

Per quanto ci riguarda, insieme agli uffici superiori del Ministero della Cultura e al Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale, stiamo cercando di invertire questa narrazione e di dimostrare che le località nelle quali operiamo, Cerveteri e Tarquinia, sono oggi le capitali della legalità archeologica. Per noi la narrativa deve essere rovesciata. Ci poniamo dal punto di vista del rigore, anche nella ricostruzione della cronaca, e raccontiamo come sono andati i fatti. Possiamo naturalmente analizzare il fenomeno anche sul piano sociale e storico, perché la questione è molto più complessa di come viene generalmente rappresentata.

A mio avviso emerge soprattutto un problema: non sempre, all’interno delle comunità locali, c’è stata la piena consapevolezza della gravità di questo genere di delitti. Il furto commesso da un tombarolo in uno spazio percepito come comune può apparire meno grave rispetto a quello compiuto all’interno di un’abitazione privata. Il problema, dunque, è prima di tutto culturale. Fino agli anni Cinquanta e Sessanta non sempre si considerava un reato comprarsi un’automobile o costruirsi una villetta grazie ai proventi di queste attività. Questo è stato parte del problema. Oggi, però, siamo a buon punto nel cambiamento di prospettiva.

I film possono andare bene e possono anche essere belli. La chimera, per esempio, è stato girato in questi luoghi. Ma le cose stanno in questi termini: oggi esiste un grande impegno da parte dello Stato, della magistratura, degli organi di tutela del Ministero e dei Carabinieri, affinché ciò che appartiene a tutti rimanga davvero di tutti».

Eppure, fuori dal territorio, la prima domanda che ancora viene rivolta a chi arriva da Tarquinia è spesso: Ci sono ancora i tombaroli?.
«È uno stereotipo. Un film di grande successo può alimentarlo e questo fa parte del potere del cinema. Il nostro compito è raccontare anche il resto della storia».

Negli ultimi anni sembra esserci un interesse crescente nei confronti degli Etruschi. Cerveteri e Tarquinia si trovano a poca distanza da Roma, ma restano in parte fuori dalle principali rotte turistiche. Come sta andando il 2026? Avete registrato un aumento dei visitatori, anche stranieri?
«Il Parco ha cominciato a operare dopo un evento traumatico come il Covid. Quando si verificano grandi crisi globali, e dall’inizio del nuovo millennio ne abbiamo avute almeno tre – l’attacco alle Torri Gemelle, la crisi economica del 2008 e poi la pandemia –, si producono conseguenze anche sul consumo culturale.

Nel nostro caso abbiamo osservato il cosiddetto effetto rimbalzo. Come tutti i luoghi della cultura, abbiamo avuto una flessione notevole nel 2020 e nel 2021, gli anni principali del Covid. Nel 2022 è cominciata la crescita, seguita da un 2023 difficile da superare proprio perché aveva beneficiato di questo rimbalzo: molti cittadini italiani non andavano all’estero e sceglievano di visitare luoghi più vicini. Adesso la situazione si è stabilizzata e tutti i nostri indicatori sono in crescita. Tarquinia, in particolare, registra un aumento importante del numero dei visitatori, soprattutto alla necropoli. Dopo l’apertura delle mostre più recenti, però, il museo è diventato il primo sito del Parco per numero di ingressi, superando anche la necropoli.

Ora viene venduto un biglietto cumulativo che dà diritto a visitare entrambi i siti e, con una piccola integrazione tariffaria, anche la mostra. Questo significa che finalmente siamo riusciti a raggiungere uno dei nostri obiettivi: portare le persone a visitare entrambe le bellezze di Tarquinia, il museo e la necropoli. Per quanto riguarda gli stranieri, registriamo una presenza notevole soprattutto nel periodo estivo, che prosegue ancora in queste settimane. La curva dei visitatori cresce più o meno fino a ottobre. Seguono quattro mesi più freddi, durante i quali arrivano soprattutto le scuole e le famiglie: cambia quindi la tipologia di pubblico. Ma tutti i numeri sono in crescita, compresi gli introiti».

Le mostre temporanee possono quindi produrre quello schiocco di dita capace di richiamare l’attenzione del pubblico e offrire qualcosa di nuovo anche sul piano della comunicazione. Penso, per esempio, all’esposizione dedicata alla Madonna di Filippo Lippi.
«La mostra su Filippo Lippi è stata forse una delle operazioni più difficili che abbiamo realizzato, anche per la complessità del prestito. Abbiamo dovuto superare alcune diffidenze e nessuno, fino a quel momento, era riuscito a portare l’opera a Tarquinia. È stato però un bell’esempio di collaborazione con Palazzo Barberini. Credo che, come direttori, abbiamo dato un esempio di come sia possibile superare gli steccati che a volte impediscono di valorizzare pienamente il nostro patrimonio. Nel nostro caso, attraverso la storia della Madonna di Filippo Lippi, l’obiettivo era anche valorizzare Palazzo Vitelleschi».

Tarquinia presenta moltissimi livelli storici sovrapposti. Ci sono gli Etruschi, ma anche il Medioevo e la storia dello stesso cardinale Vitelleschi. Non è semplice raccontarli tutti a chi non possiede già gli strumenti per leggerli. Quanto è importante far capire al pubblico che anche il palazzo è parte del museo?
«È anche un atto dovuto. In passato chi mi ha preceduto ha dovuto concentrarsi maggiormente su altri aspetti, come l’adeguamento degli spazi museali e la necessità di dare spazio alle nuove scoperte compiute nell’area urbana. Di conseguenza, l’importanza del palazzo e della sua architettura non era stata percepita pienamente come una potenzialità. Noi stiamo puntando moltissimo su questo elemento. Le iniziative che metteremo in campo a partire dall’autunno andranno proprio in questa direzione.

La necropoli non ha bisogno dello stesso genere di intervento: mantiene i suoi visitatori, possiede un andamento positivo e costante e non registra particolari flessioni. Il museo, invece, vive maggiormente di alti e bassi. È un problema che riguarda i musei di molti centri urbani italiani».

Senza anticipare le prossime mostre, su quali progetti state lavorando per il futuro di Tarquinia e Cerveteri?
«Le mostre non possono ancora essere annunciate perché dipendono da accordi che devono essere conclusi. Faremo senz’altro nuove iniziative, forse di tono minore rispetto a quelle attuali, sia a Cerveteri sia a Tarquinia, perché stiamo procedendo cercando di garantire una sorta di par condicio tra le due realtà. È faticoso, ma è il metodo che abbiamo scelto.

Organizzeremo inoltre alcune iniziative per il centenario del viaggio in Etruria compiuto nel 1927 da D.H. Lawrence e, sul piano accademico e scientifico, grazie agli accordi con l’Università degli Studi di Milano, un convegno dedicato alla storia dell’archeologia a Tarquinia. Il racconto potrebbe arrivare fino al fenomeno dei tombaroli, perché fa parte di questa storia. Sarebbe interessante riuscire a portarne almeno una parte anche in un documentario. Abbiamo poi in programma il riallestimento del museo. Siamo già intervenuti sul piano terra e abbiamo realizzato alcuni lavori al secondo piano. Adesso dobbiamo occuparci del cosiddetto piano nobile.

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Grazie al PNRR abbiamo risolto alcune questioni infrastrutturali e siamo intervenuti sull’illuminazione e su diversi aspetti dell’accessibilità. Ora dobbiamo lavorare direttamente sulle collezioni. Abbiamo importanti progetti di restauro che ci permetteranno di sostituire e far ruotare periodicamente le opere esposte, come avviene oggi nei grandi musei. C’è poi un obiettivo che mi sta particolarmente a cuore e che spero di riuscire a realizzare prima di andare via: trasformare questo museo in un museo vivo, nel quale le persone possano venire anche per trascorrere del tempo e studiare.

Dobbiamo migliorare i servizi partendo proprio dagli spazi: individuare luoghi nei quali il visitatore possa rilassarsi, approfondire un argomento o collegarsi a Internet. È qualcosa che finora è mancato, ma dipende anche dalla natura del contenitore. Palazzo Vitelleschi è un edificio storico sottoposto a molti vincoli. Per me, questa è la sfida più importante».

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