Tredici dipinti attribuiti a Cranach, Hals, Gentileschi e altri maestri sono stati indicati come falsi dalle analisi forensi. Ora la procura di Parigi chiede il processo per Giuliano Ruffini.

Per anni sono sembrati dipinti perduti di Lucas Cranach, Frans Hals, Orazio Gentileschi e altri antichi maestri. Sono passati tra mercanti, restauratori, collezionisti e istituzioni internazionali, raggiungendo valutazioni milionarie. Ora tredici di quelle opere potrebbero diventare il centro di un processo a Parigi.

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La procura francese ha chiesto il rinvio a giudizio di Giuliano Ruffini, collezionista e mercante d’arte italiano da tempo al centro dello scandalo, con le accuse di inganno commerciale e riciclaggio. I magistrati hanno invece proposto di abbandonare la più grave ipotesi di frode commessa da una banda organizzata. La decisione non è ancora definitiva: nelle prossime settimane spetterà a un giudice stabilire se accogliere la richiesta e disporre il processo, che potrebbe cominciare nel 2027.

Le tredici opere indicate come false

L’inchiesta riguarda tredici dipinti che, secondo la procura, sono stati riconosciuti come falsi attraverso analisi condotte da diversi laboratori ed esperti internazionali. Tra questi figurano il laboratorio dei Musei di Francia presso il Louvre, Orion Analytical negli Stati Uniti e il Cranach Digital Archive. L’opera più nota è una Venere presentata come un dipinto di Lucas Cranach il Vecchio, acquistata dal principe del Liechtenstein per circa 7 milioni di euro e sequestrata nel 2016. Proprio quel sequestro fece esplodere pubblicamente il caso.

Nell’elenco compaiono anche un ritratto attribuito a Frans Hals, al centro di una controversia fra Sotheby’s e il mercante Mark Weiss; un David contempla la testa di Golia attribuito a Orazio Gentileschi; un ritratto del cardinale Borgia presentato come opera di Diego Velázquez e dipinti riferiti, in momenti diversi, a El Greco, Correggio, Andrea Solario e ai Bruegel. Le indagini hanno lambito alcuni dei luoghi più autorevoli del sistema artistico internazionale: Louvre, National Gallery di Londra e Metropolitan Museum di New York, oltre a Sotheby’s, Christie’s, Dorotheum, gallerie e specialisti di antichi maestri. Le istituzioni non sono accusate di avere partecipato alla presunta frode: furono coinvolte perché esaminarono, esposero, prestarono credibilità o entrarono in contatto con opere successivamente contestate.

Il ruolo attribuito a Lino Frongia

La procura ha chiesto anche il rinnovo del mandato d’arresto nei confronti del pittore italiano Lino Frongia, indicato dagli investigatori francesi come il possibile autore materiale di alcuni dei dipinti. Frongia respinge le accuse. Nel 2020 la Corte d’appello di Bologna aveva bloccato la sua estradizione in Francia. Anche Ruffini ha sempre sostenuto la propria innocenza e ha negato di avere attribuito personalmente le opere ai grandi maestri. La sua posizione è che siano stati mercanti, studiosi, curatori ed esperti a formulare le attribuzioni. «Non ho mai attribuito questi dipinti agli antichi maestri», aveva dichiarato nel 2016.

La provenienza dalla collezione André Borie

Uno dei punti centrali dell’accusa riguarda la provenienza dei quadri. Molti sarebbero stati presentati come opere appartenute alla raccolta di André Borie, imprenditore francese morto nel 1971. Secondo la procura, però, quella collezione non sarebbe mai esistita. La ricostruzione sarebbe stata smentita dal nipote di Borie, dai suoi ex dipendenti e dal notaio che si occupò dell’eredità. Per gli investigatori, quella provenienza avrebbe fornito ai dipinti un passato apparentemente credibile e sufficientemente lontano dal mercato contemporaneo.

La difesa contesta la solidità dell’intero procedimento. L’avvocato Paul Le Fèvre ha sottolineato che la procura ha escluso diciotto opere e rinunciato all’accusa di frode organizzata, elementi che a suo giudizio mostrerebbero la fragilità dell’inchiesta. Giuliano e Mathieu Ruffini, ha ribadito, «mantengono la loro completa innocenza».

Come hanno fatto i dipinti a sembrare autentici?

Il caso Ruffini mostra quanto l’autenticità di un’opera non dipenda da un unico certificato. Un dipinto può essere analizzato nei materiali, confrontato con lo stile di un artista, ricostruito attraverso i documenti di provenienza e sottoposto, nel tempo, al giudizio di più specialisti. Le attribuzioni possono inoltre cambiare gradualmente: da «cerchia di» o «seguace di» un artista fino al suo nome completo. Ogni nuovo parere, esposizione o passaggio sul mercato può rafforzare quello precedente, aumentando insieme credibilità e valore economico.

Le analisi scientifiche cercano invece ciò che l’occhio non può vedere: pigmenti prodotti in epoca moderna, materiali incompatibili con la data dichiarata, tecniche di invecchiamento artificiale e anomalie nella struttura dell’opera. Non sempre, però, il risultato chiude immediatamente la discussione. Secondo The Art Newspaper, molti proprietari continuano a considerare autentici i dipinti contestati.

È questo il vero punto dello scandalo: se il processo si celebrerà, non dovrà stabilire soltanto chi abbia venduto che cosa. Dovrà ricostruire come opere prive, secondo l’accusa, di una provenienza credibile siano riuscite ad attraversare una macchina dell’autenticazione costruita proprio per fermarle.

Revenews