La prima sentenza europea sulle operazioni attribuite alla famiglia Simonian collega reperti acquistati dal Met e dal Louvre Abu Dhabi. Tra questi, il sarcofago dorato di Nedjemankh, restituito all’Egitto dopo la scoperta di una falsa licenza di esportazione.
Una testa monumentale di Cleopatra venduta per 35 milioni di euro. Una stele con il nome di Tutankhamon acquistata per 8,5 milioni. Il corredo funerario di una principessa egizia e il sarcofago dorato di un sacerdote, entrato nella collezione del Metropolitan Museum of Art con un falso documento di esportazione. Oggetti presentati ai musei come antichità provenienti da collezioni familiari si trovano ora al centro di una delle più importanti indagini europee sul traffico di reperti egizi. Il 24 agosto un tribunale penale di Amburgo ha condannato due figli del mercante tedesco Serop Simonian e ordinato la confisca di 32 milioni di euro provenienti dalle vendite. I due imputati hanno presentato appello: la sentenza, dunque, non è definitiva.
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La condanna dei figli di Serop Simonian
Il tribunale tedesco non ha divulgato ufficialmente i nomi completi degli imputati. Le contestazioni e gli importi indicati nella sentenza corrispondono però, secondo la ricostruzione di The Art Newspaper, ai procedimenti contro Abraham Simonian e sua sorella Alice Simonian Schad. Ventisei milioni di euro dovranno essere confiscati ad Abraham Simonian e sei milioni ad Alice Simonian Schad. Il giudice ha inoltre stabilito sanzioni pecuniarie rispettivamente superiori a 90mila e 30mila euro.
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Un’ulteriore accusa rivolta ad Abraham Simonian, relativa alla partecipazione a un gruppo organizzato per il traffico di beni rubati, è stata invece archiviata per insufficienza di prove. Entrambi hanno impugnato la condanna e non hanno rilasciato dichiarazioni. Si tratta del primo giudizio pronunciato in Europa sulle attività attribuite alla famiglia Simonian, accusata dagli investigatori di avere fornito antichità egizie a grandi istituzioni internazionali attraverso documenti di provenienza considerati falsi o inaffidabili.
Cleopatra e Tutankhamon al Louvre Abu Dhabi
Le operazioni esaminate ad Amburgo riguardano alcuni reperti venduti a un museo degli Emirati Arabi Uniti, identificato nelle precedenti indagini come il Louvre Abu Dhabi. Nel 2014 Abraham Simonian avrebbe fatturato 4,5 milioni di euro per il corredo funerario della principessa Henuttawy e per un ritratto del Fayum. Li descriveva come doni ricevuti dai nonni. Dopo le commissioni degli intermediari, 3,8 milioni sarebbero arrivati su un suo conto bancario ad Amburgo. Nel 2017 Alice Simonian Schad ricevette invece 6,4 milioni degli 8,5 milioni pagati per una stele che porta il nome di Tutankhamon.
La transazione più importante risale al 2018 e riguarda una monumentale testa marmorea di Cleopatra. Il reperto fu venduto per 35 milioni di euro, una cifra record, dei quali 23,5 milioni sarebbero stati incassati da Abraham Simonian. Queste opere sono collegate anche a un procedimento francese ancora aperto. L’indagine coinvolge il mercante Christophe Kunicki, accusato a Parigi di frode organizzata, e ha interessato anche l’ex direttore del Louvre Jean-Luc Martinez. Le posizioni giudiziarie francesi restano separate dalla sentenza pronunciata ad Amburgo e non devono essere considerate già definite.
Come arrivò al Met il sarcofago restituito all’Egitto
L’oggetto che rese pubblica l’intera vicenda fu il sarcofago dorato di Nedjemankh. Si tratta del sacerdote del dio dalla testa di ariete Heryshef vissuto durante il periodo tolemaico, tra il 150 e il 50 a.C. Il Metropolitan Museum lo acquistò nel luglio 2017 dal mercante parigino Christophe Kunicki per circa 3,5 milioni di euro, quasi quattro milioni di dollari. Il reperto divenne il centro della mostra Nedjemankh and His Gilded Coffin, inaugurata nel 2018. La documentazione consegnata al museo sosteneva che il sarcofago fosse stato esportato legalmente dall’Egitto nel 1971 e fosse rimasto per decenni in una collezione privata. Quelle carte comprendevano una licenza di esportazione che si rivelò falsa.
Le indagini delle autorità egiziane e della procura di Manhattan stabilirono che il reperto era stato invece saccheggiato nel 2011, durante i disordini seguiti alla rivoluzione egiziana. Nel febbraio 2019 il Met chiuse anticipatamente la mostra, consegnò il sarcofago alla procura e rinunciò definitivamente alla proprietà. L’opera fu restituita all’Egitto e oggi è esposta al National Museum of Egyptian Civilization del Cairo.
Perché la provenienza non è un dettaglio burocratico
La provenienza ricostruisce tutti i passaggi di proprietà di un’opera: dove è stata trovata, quando ha lasciato il Paese d’origine, chi l’ha posseduta e attraverso quali vendite è arrivata sul mercato. Per le antichità non è una semplice scheda archivistica. È ciò che permette di distinguere un oggetto esportato legalmente da un reperto sottratto a uno scavo, trafugato da un deposito o fatto uscire dal Paese con documenti falsi. Il caso Simonian mostra anche che la restituzione non conclude necessariamente la storia. Riportare un sarcofago in Egitto significa correggere l’ultimo passaggio visibile; le indagini devono però risalire attraverso mercanti, intermediari, conti bancari e certificati fino all’origine dell’operazione.
Il sarcofago di Nedjemankh non entrò al Met nascosto in una cassa anonima. Fu acquistato, catalogato, esposto e trasformato nel protagonista di una mostra. Proprio questa apparente normalità rivela quanto un documento di provenienza possa diventare il confine, spesso troppo sottile, tra il patrimonio di un museo e il risultato di un saccheggio.
Foto: Il coperchio dorato del sarcofago di Nedjemankh, acquistato dal Metropolitan Museum nel 2017 e restituito all’Egitto nel 2019 dopo la scoperta della falsa provenienza. Foto: Metropolitan Museum of Art, pubblico dominio.
