Acquistato nel 1973 tra accuse di spreco e proteste contro l’«imperialismo culturale», ‘Blue Poles’ è diventato il dipinto più visto della National Gallery of Australia. Nel 2027 raggiungerà Perth con un trasferimento eccezionale di cui non saranno rivelati percorso e modalità.

Spostare Blue Poles non è mai stato semplice. La tela dipinta da Jackson Pollock nel 1952 misura 213 centimetri per quasi cinque metri, pesa 99 chili e oggi è valutata più di 500 milioni di dollari australiani. Nell’aprile 2027 dovrà percorrere oltre tremila chilometri, da Canberra a Perth, per essere esposta per la prima volta nell’Australia occidentale. Come sarà trasportata? La National Gallery of Australia non lo rivela. Percorso, mezzi e procedure resteranno segreti per ragioni di sicurezza. Il direttore Nick Mitzevich ha confermato soltanto che si tratterà dell’opera più costosa mai trasferita dal museo e che il dipinto si trova in ottime condizioni conservative.

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L’arrivo all’Art Gallery of Western Australia è previsto per il 30 aprile 2027. Blue Poles resterà a Perth fino al 5 settembre, con ingresso gratuito. Per ottenere il prestito sono stati necessari oltre cinque anni di trattative.

Un quadro troppo grande per porte e ascensori

Le difficoltà cominciarono molto prima che Blue Poles diventasse un tesoro nazionale australiano. Uno dei suoi primi proprietari, il collezionista Ben Heller, lo teneva nel soggiorno del proprio appartamento al decimo piano di un palazzo vicino a Central Park, a New York. Il dipinto era troppo grande per entrare nell’ascensore: quando veniva prestato a un museo, doveva essere calato all’esterno dell’edificio attraverso un sistema di carrucole, interrompendo persino il traffico stradale.

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Nel 1973, dopo l’acquisto da parte dell’Australia, attraversò l’oceano a bordo della portaerei HMAS Melbourne, chiuso in un contenitore costruito appositamente. L’anno successivo fu portato in tournée nelle gallerie australiane, ma non raggiunse Perth. Ad Adelaide arrivò su un Hercules dell’aeronautica, accompagnato da una sorveglianza che i giornali dell’epoca giudicarono superiore a quella riservata a Frank Sinatra. Da allora i suoi viaggi sono stati rarissimi. È stato esposto al MoMA di New York e alla Tate di Londra tra il 1998 e il 1999, alla National Gallery of Victoria di Melbourne nel 2003 e alla Royal Academy of Arts di Londra nel 2016. Il trasferimento del 2027 sarà quindi il primo dopo undici anni e il primo in assoluto verso l’Australia occidentale.

Perché Blue Poles è famoso

Il titolo originale del dipinto era Number 11, 1952. Pollock preferiva numerare le proprie opere per evitare che un nome suggerisse al pubblico che cosa dovesse vedere. La denominazione Blue Poles apparve nel 1954 e spostò inevitabilmente l’attenzione sulle otto grandi forme verticali blu scuro che attraversano la composizione. Pollock realizzò l’opera lavorando sulla tela stesa a terra nel fienile trasformato in studio a Long Island. Utilizzò smalti industriali, colori a olio e vernice contenente particelle di alluminio, lasciandoli cadere o lanciandoli attraverso bastoni e altri strumenti. Nella superficie sono rimasti incorporati frammenti di vetro, pezzi di cartone e persino un’impronta del suo pollice.

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Il dipinto non nacque in un’unica sessione. Pollock vi tornò per mesi, sovrapponendo linee, colature e zone di colore, alcune stese quando gli strati precedenti erano ancora bagnati. Le otto strutture scure furono aggiunte per dare ritmo e contenimento a una superficie che sembra espandersi in ogni direzione. Blue Poles è considerato una delle ultime grandi tele astratte dell’artista e uno degli esempi più importanti di action painting: la pittura non rappresenta un soggetto, ma registra i movimenti compiuti dal corpo dell’autore intorno alla tela.

L’acquisto che divise l’Australia

Quando la National Gallery of Australia acquistò Blue Poles nel 1973, il museo non era stato ancora costruito. Il prezzo di 1,3 milioni di dollari australiani era il più alto mai pagato fino ad allora per un’opera di un artista americano. Il direttore James Mollison non poteva autorizzare autonomamente una spesa superiore al milione. Fu quindi necessario l’intervento del primo ministro laburista Gough Whitlam, che approvò l’operazione chiedendo che il prezzo fosse reso pubblico.

La decisione provocò una vera guerra culturale. Per una parte dell’opinione pubblica, spendere una cifra simile per una gigantesca tela astratta americana significava sperperare denaro pubblico e sottomettere la cultura australiana a quella statunitense. Durante la tournée del 1974 alcuni manifestanti accolsero il quadro con cartelli contro l’imperialismo culturale. Paul Hogan dichiarò davanti alle telecamere che sua figlia di quattro anni avrebbe saputo dipingere qualcosa di migliore.

Anche il Parlamento si divise. Whitlam difese apertamente l’acquisto e l’idea che una collezione nazionale dovesse guardare oltre i gusti più tradizionali. Le polemiche non sono scomparse del tutto: ancora nel 2016 un politico conservatore propose di vendere il dipinto per contribuire a ridurre il debito pubblico. Nel frattempo, però, il rapporto tra l’Australia e Blue Poles si è completamente rovesciato. Quello che veniva indicato come il simbolo di una spesa irresponsabile è oggi l’opera più vista nella storia della National Gallery e una delle immagini attraverso cui il Paese racconta la propria ambizione culturale. Il quadro che un tempo viaggiava tra le proteste ora si muove soltanto dopo anni di negoziati e dentro un dispositivo di sicurezza che nessuno può descrivere.

Foto: Jackson Pollock, Blue Poles, 1952. National Gallery of Australia, Kamberri/Canberra. Purchased 1973. © Pollock-Krasner Foundation. ARS/Copyright Agency, 2026.

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