Dopo dieci giorni di accuse di censura, la Biennale coreana ha ripristinato la denominazione ‘Taiwan Pavilion’. Dietro la disputa, due versioni contrastanti e il difficile riconoscimento internazionale dell’isola.

Non è cambiato il contenuto della mostra e non è stata rimossa alcuna opera. A sparire era stato un nome: Taiwan. È bastato questo per trasformare uno dei padiglioni della Biennale di Gwangju in un caso politico internazionale. Dopo dieci giorni di proteste e versioni contrastanti, la Gwangju Biennale Foundation ha autorizzato l’uso della denominazione Taiwan Pavilion. Il progetto compariva inizialmente nei materiali promozionali come NTMoFA Pavilion, dall’acronimo del National Taiwan Museum of Fine Arts, l’istituzione che ne cura la partecipazione.

L’articolo continua più sotto

La nostra newsletter bisettimanale dedicata al mondo dell’arte e della cultura

LEGGI ANCHE: Seoul sarà la prima città al mondo a entrare nel metaverso

La sedicesima Biennale di Gwangju, intitolata You Must Change Your Life e diretta da Ho Tzu Nyen, si svolge dal 5 settembre al 15 novembre 2026.

Perché il nome Taiwan era stato eliminato?

La controversia nasce da due ricostruzioni opposte. Il museo e il ministero della Cultura taiwanese sostengono che il progetto fosse stato presentato, accettato e preparato fin dall’inizio con il nome Taiwan Pavilion. Secondo la Biennale, invece, un accordo raggiunto il 12 gennaio avrebbe previsto la partecipazione del museo come istituzione, non quella di Taiwan come nazione. La distinzione non è soltanto amministrativa. Taiwan è un territorio autonomo con un proprio governo, ma è rivendicato dalla Cina e riconosciuto formalmente da un numero limitato di Stati. Anche la Corea del Sud mantiene relazioni diplomatiche con Pechino e non riconosce Taiwan come Paese indipendente.

Non esistono tuttavia prove pubbliche di un intervento del governo cinese o coreano nella decisione. La Biennale ha spiegato di distinguere tra padiglioni nazionali e istituzionali: per utilizzare il nome di un Paese sarebbe necessaria una lettera ufficiale dell’ambasciata o del ministero della Cultura competente.

Le accuse di censura degli artisti

Il 15 agosto il curatore Chen Hsiang-Wen e i nove artisti coinvolti hanno pubblicato una dichiarazione intitolata The Censored Taiwan Pavilion. Secondo il gruppo, il nome era stato modificato unilateralmente, cancellando Taiwan dal manifesto senza il consenso dei partecipanti. La protesta chiamava in causa anche la storia della Biennale, nata nel solco della rivolta democratica di Gwangju del 1980 e dei valori legati ai diritti umani. Nei giorni successivi, altri artisti e operatori culturali hanno firmato la lettera aperta You Must Change Your Name, mentre il ministero taiwanese ha imposto alla Fondazione una scadenza per risolvere la controversia.

Che cosa ha risolto la disputa?

L’accordo è arrivato quando il ministero della Cultura di Taiwan ha inviato una lettera ufficiale che identifica il National Taiwan Museum of Fine Arts come istituzione rappresentante dell’isola e autorizza l’uso del nome Taiwan Pavilion. Il documento ha consentito alla Biennale di riconoscere formalmente la denominazione e di chiedere all’Asia Culture Center, sede del progetto, di permettere la prosecuzione dell’allestimento. Taiwan tornerà inoltre a comparire tra i partecipanti nei documenti e nei materiali promozionali. La mostra non era mai stata censurata nei contenuti. Eppure la vicenda dimostra che, negli eventi internazionali, anche il titolo stampato sopra l’ingresso può diventare uno spazio di rappresentanza, identità e diplomazia.

Foto: Gwangju Biennale

Revenews