Reggeva due recipienti per il vino e decorava un ambiente destinato al banchetto. Lo scheletro di Pompei non voleva spaventare i commensali, ma ricordare loro di godersi la vita.

Uno scheletro avanza sorridendo e stringe tra le mani due recipienti per il vino. Non si trovava in una tomba, ma sul pavimento di un ambiente legato al banchetto. Agli ospiti di quella casa di Pompei la morte appariva dunque proprio mentre mangiavano e bevevano. Il mosaico, realizzato con tessere bianche e nere nella prima metà del I secolo d.C., è oggi conservato al Museo Archeologico Nazionale di Napoli con il numero d’inventario 9978. È conosciuto come Carpe Diem o «scheletro coppiere» e misura circa 91 per 70 centimetri.

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La sua provenienza viene spesso indicata nella cosiddetta Casa delle Vestali, ma la ricostruzione archeologica non è del tutto pacifica: gli appunti degli scavi borbonici lo collocano in un ambiente della vicina insula VI, 17, rinvenuto nel 1783. Ciò che conta per comprenderne il significato è però la sua relazione con il momento conviviale.

Che cosa regge lo scheletro?

Lo scheletro tiene un askos in ciascuna mano. Gli askoi erano piccoli recipienti dotati di beccuccio, impiegati per versare liquidi e qui interpretati come contenitori per il vino. La figura assume così il ruolo paradossale di un coppiere: è la morte stessa a portare da bere ai commensali. Il messaggio non era semplicemente ricordati che devi morire. Invitava soprattutto a sfruttare il tempo disponibile, godendo del vino, del cibo e della compagnia prima che tutto finisse. Un memento mori che conduce direttamente al carpe diem.

Perché i Romani pensavano alla morte durante i banchetti?

Nella cultura romana la morte e il piacere della tavola non erano necessariamente opposti. Ricordare la brevità dell’esistenza rendeva più urgente assaporare il presente, secondo una sensibilità legata anche alla diffusione dell’epicureismo. Petronio descrive qualcosa di simile nella Cena di Trimalcione. Durante il banchetto, un servo porta uno scheletrino d’argento con gli arti snodabili. Trimalcione lo getta sulla tavola e invita gli ospiti a vivere bene finché è possibile, perché quello sarà il destino di tutti.

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Questi piccoli scheletri, chiamati larvae conviviales, non erano soltanto un’invenzione letteraria: un esemplare proveniente da Pompei è conservato nello stesso MANN. Il mosaico del coppiere apparteneva quindi a un linguaggio comprensibile ai Romani. La morte entrava nella sala da pranzo non per interrompere la festa, ma per ricordare che la festa non sarebbe durata per sempre.

Il mosaico di Pompei in mostra a Dallas

Lo scheletro coppiere sarà tra gli oltre 160 reperti presentati in Journey Through Pompeii: Masterpieces from the National Archaeological Museum of Naples, al Dallas Museum of Art dal 13 dicembre 2026 al 2 maggio 2027. La mostra porterà negli Stati Uniti mosaici, affreschi, sculture e oggetti quotidiani provenienti dal MANN. Pochi reperti, tuttavia, raccontano la vita di Pompei con la stessa immediatezza di quello scheletro: duemila anni dopo, continua ancora a versare simbolicamente il vino prima che sia troppo tardi.

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Foto: Lo scheletro coppiere regge due askoi, recipienti interpretati come contenitori per il vino. Il mosaico pompeiano del I secolo d.C. invitava i commensali a godere della vita prima dell’arrivo inevitabile della morte. MANN, inv. 9978. Foto Tyler Bell/Wikimedia Commons, CC BY 2.0.

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