A Carriageworks, ottanta lavori di otto artisti australiani sono stati nascosti sotto 120 tonnellate di terra. Per scoprirli, il pubblico ha dovuto entrare scalzo e scavare.
Ottanta opere d’arte sono scomparse sotto 120 tonnellate di terra. Non per un crollo, una guerra o un disastro naturale, ma per essere cercate dal pubblico. Il 22 e 23 agosto, a Sydney, l’installazione HEAP ha trasformato la visita a una mostra in uno scavo collettivo. Nel grande atrio di Carriageworks, il pubblico è entrato scalzo, ha ricevuto una piccola paletta e ha cominciato a cercare. Sotto la superficie erano nascosti ottanta lavori realizzati da otto artisti australiani: Brook Andrew, Aretha Brown, Keg de Souza, Tarryn Gill, HOSSEI, Sophie Penkethman-Young, Tim Silver ed EJ Son.
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Perché ottanta opere d’arte sono state sepolte?
Prodotta dal Festival of Dangerous Ideas, HEAP era in parte installazione e in parte scavo archeologico. Ma soprattutto era una sorta di museo rovesciato: le opere non erano disposte perché potessero essere osservate, ma sottratte allo sguardo. Per incontrarle bisognava cercarle, sporcarsi le mani e accettare di non sapere che cosa sarebbe emerso dalla terra. Tra gli oggetti sepolti c’erano un fungo di bronzo, un costume da ragno, un’urna funeraria e una figura umana modellata nella terra indurita. Sophie Penkethman-Young aveva nascosto anche 25 piastrelle sulle quali era riprodotto un accordo di lavoro stipulato simbolicamente con la stampante 3D utilizzata per realizzarle. La macchina era stata impiegata soltanto per 38 ore alla settimana, come una lavoratrice alla quale riconoscere limiti e diritti.

Ogni opera custodiva quella che il festival definisce un’idea «pericolosa»: una riflessione capace di mettere in discussione il modo in cui guardiamo il colonialismo, l’ambiente, il lavoro, l’identità o la morte. Aretha Brown, per esempio, aveva racchiuso in una valigia una bandiera australiana reinventata attraverso una prospettiva queer e Gumbaynggirr. Brook Andrew aveva invece affidato a diversi contenitori piante medicinali e commestibili provenienti dall’Australia, dalle Americhe e dal Medio Oriente, interrogando il confine culturale tra ciò che viene considerato curativo e ciò che viene classificato come pericoloso.
Il visitatore diventava un cercatore
In HEAP non esiste una distanza sicura tra pubblico e opera. Il visitatore doveva agire, quasi fosse un archeologo, anche se ciò che portava alla luce non apparteneva a una civiltà scomparsa: era stato sepolto appositamente soltanto poche ore prima. Proprio qui emerge il paradosso dell’installazione. Lo scavo imita il ritrovamento archeologico, ma senza il passaggio del tempo. Costruisce artificialmente la rarità, l’attesa e il piacere della scoperta, mostrando quanto il valore di un oggetto possa dipendere anche dalla difficoltà necessaria per raggiungerlo.

Chi trovava un’opera, però, non poteva portarla via. Ogni oggetto doveva essere restituito e trasferito in uno spazio espositivo vicino, dove entrava progressivamente a far parte di una raccolta visibile a tutti. Il gesto della scoperta non coincideva quindi con il possesso. In un Paese la cui storia economica è profondamente legata alle miniere e all’estrazione, scavare diventa anche un atto politico. Che cosa cerchiamo nella terra? Perché alcune cose ci sembrano preziose e altre pericolose? HEAP non nasconde le opere per cancellarle, ma per restituire al pubblico il desiderio di trovarle. E ricordare che vedere, qualche volta, non basta.
Foto: Ufficio Stampa-Jacquie Manning
