È morto a 86 anni Fabrizio Plessi, tra i padri della videoarte italiana. Dalle prime sperimentazioni con l’acqua alle grandi installazioni pubbliche, il suo lavoro ha unito natura, tecnologia e memoria.

È morto a 86 anni Fabrizio Plessi, tra i padri della videoarte italiana e figura di primo piano della scena internazionale. Nato a Reggio Emilia il 3 aprile 1940 e veneziano d’adozione, è scomparso il 23 agosto 2026 a seguito di una polmonite, nell’ospedale di Dolo, a Venezia. La notizia della morte è arrivata proprio dalla città lagunare, dove viveva alternandosi con la sua città natale.

L’articolo continua più sotto

La nostra newsletter bisettimanale dedicata al mondo dell’arte e della cultura

LEGGI ANCHE: «Il digitale è spirituale»: Fabrizio Plessi

Plessi si era formato al Liceo artistico e all’Accademia di Belle Arti di Venezia, dove in seguito avrebbe ricoperto la cattedra di pittura. Cresciuto nel clima dell’arte povera, alla fine degli anni Sessanta abbandona progressivamente la pittura per concentrare la propria ricerca su un tema destinato a diventare il suo marchio: l’acqua, declinata in installazioni, film, videotape e performance. Da lì la sua indagine si allarga ad altri elementi naturali – fuoco, pietra, terra, viaggio – sempre filtrati dallo schermo e dai dispositivi elettronici.

Dall’acqua elettronica alle prime sperimentazioni video

Il primo laboratorio di questa acqua elettronica è, nel 1973, il Centro Attività Visive di Palazzo dei Diamanti a Ferrara, dove Plessi realizza i suoi primi videotape grazie alle attrezzature messe a disposizione dalla struttura. Nello stesso anno presenta alla Galleria Vinciana di Milano Acquabiografico, un titolo che sintetizza una delle sue convinzioni: l’acqua non è solo un soggetto, ma una condizione capace di raccontare tempo e movimento.

Negli anni Settanta arrivano le azioni sul paesaggio: interventi come Taglio del lago, Camminare sull’acqua, Operazione il Taglio del fiume Scheilde mettono in relazione diretta il corpo dell’artista con quello dell’acqua, mentre fotografia e video registrano queste esperienze. In pochi anni il videotape smette però di essere semplice testimonianza della performance e diventa esso stesso opera, materia autonoma.

In lavori come A morte Venezia (1976) e nei film Liquid Movie e Underwater, presentati anche nell’ambito della Mostra del Cinema di Venezia, l’immagine elettronica si confronta direttamente con gli elementi naturali, aprendo la strada a quella videoarte che Plessi contribuirà a imporre nel panorama internazionale.

La consacrazione: Biennale di Venezia e scena internazionale

La svolta arriva nel 1981, quando il Festival del Cinema di Venezia invita Plessi con Underwater, una produzione francese. L’anno successivo il Centre Pompidou di Parigi presenta la sua produzione video, riconoscendo il peso di una ricerca che, intanto, si va facendo sempre più tridimensionale.

La consacrazione definitiva si compie nel 1986: alla 42ª Biennale di Venezia Plessi rappresenta l’Italia con Bronx, una delle sue opere più significative, introducendo la televisione nello spazio della Mostra come vero e proprio materiale artistico. L’anno seguente, a Documenta 8 di Kassel, con l’installazione monumentale Roma consolida il proprio ruolo di pioniere della videoarte.

Parallelamente, la sua carriera prende una dimensione internazionale che lo porterà nei maggiori musei del mondo: le sue opere entrano, tra gli altri, al Guggenheim Museum di New York, al Museum Moderner Kunst di Vienna, al Centre Pompidou e al Louisiana Museum. In Germania, alla Kunsthochschule di Colonia, viene istituita per lui una cattedra dedicata all’umanizzazione della tecnologia, formula che sintetizza bene la sua idea di elettronica come linguaggio caldo e umano, mai fine a se stesso.

Grandi installazioni pubbliche e scenografie elettroniche

Tra la fine degli anni Ottanta e gli anni Novanta la ricerca di Plessi si estende oltre il sistema tradizionale delle arti visive. Disegna scenografie e costumi, collabora con Frédéric Flamand, con Michael Nyman, con l’Aterballetto, con il teatro e con la musica. Nel 1993 firma le scenografie elettroniche per il concerto di Luciano Pavarotti al Central Park di New York, portando il suo immaginario di acqua, luce e schermi anche nel contesto dello spettacolo dal vivo.

Nel 2000 realizza per l’Expo di Hannover il padiglione italiano con l’installazione Mare Verticale, una struttura alta 44 metri che trasforma l’onda in immagine monumentale. Nello stesso anno rappresenta ancora l’Italia alla Biennale di Kwangju, in Corea del Sud. Nel 2001, con Waterfire, porta acqua e fuoco sulla facciata del Museo Correr a Venezia, modificando la percezione dell’architettura della piazza; nel 2005, al Kistefos-Museet in Norvegia, Memory Motions mette in relazione tronchi, movimento meccanico e archeologia industriale.

È un modus operandi in cui il luogo non è mai un semplice palcoscenico, ma parte integrante dell’opera: le installazioni sono pensate per dialogare con gli spazi, che si tratti di interventi come Underwater al Fondaco dei Tedeschi o di progetti come Fenix DNA al Teatro La Fenice di Venezia.

Venezia come grammatica del suo lavoro

Il legame con Venezia resta strettissimo fino agli ultimi anni. La città lagunare, che Plessi aveva scelto come terra d’elezione, è il teatro di opere che intrecciano memoria, storia e contemporaneità. Durante il lockdown per il Covid-19, in occasione dei suoi 80 anni, Venezia gli rende omaggio con L’Età dell’Oro, installazione digitale allestita sulle finestre del Museo Correr: una cascata luminosa sembra sgorgare dall’edificio e precipitare su Piazza San Marco, in un momento storico segnato da pandemia e incertezza.

A quel Natale, Plessi risponde con un albero digitale alto 10 metri, composto da 80 monitor a Led, collocato nella piazzetta di San Marco: in una città deserta, è l’unica luce accesa. Immagini che, come ha ricordato l’ex sindaco Luigi Brugnaro, resteranno per sempre nella memoria di Venezia.

In tempi recenti, l’acqua comincia a trasformarsi in oro. Nella Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale a Milano, con Mari Verticali, dodici strutture in acciaio alte nove metri e inclinate al limite della caduta contengono un mare d’oro che scorre sugli schermi, trasmettendo un senso di precarietà e inquietudine. Nel progetto Plessi sposa Brixia, tra il Parco Archeologico di Brescia romana e il Museo di Santa Giulia, installazioni e videoproiezioni entrano in relazione con il patrimonio archeologico della città, portando il passato nel presente. In Nero Oro, all’ex Chiesa di Sant’Agnese a Padova, un mosaico luminoso, una colata d’oro nell’ipogeo e i disegni nell’ex sacrestia dialogano con frammenti d’affresco trecenteschi e reperti emersi durante il restauro.

«Un pioniere, un visionario»: l’eredità di Plessi

Alla notizia della scomparsa, il sindaco di Venezia Simone Venturini ha ricordato in lui «un pioniere, un visionario che ha sempre avuto il coraggio di seguire un linguaggio personale, senza cercare il facile applauso», sottolineando come le sue opere portassero «sempre luce: una luce fisica e insieme un’idea di energia, futuro e rinascita». Venturini ha definito Venezia la «grammatica» del lavoro di Plessi e ha annunciato l’impegno dell’amministrazione a mantenerne vivo il lascito.

Al cordoglio si è unito Luigi Brugnaro, che ha parlato di «una grande perdita per Venezia e per il mondo dell’arte» e di un legame con la città «unico, profondo, quasi indissolubile», ricordando in particolare le cascate d’oro de L’Età dell’Oro sulle finestre del Museo Correr come immagine di «bellezza, luce e speranza» in uno dei momenti più difficili per la città.

Definito da molti un innovatore che ha esposto in tutto il mondo, Plessi sosteneva che «il digitale è spirituale»: nella sua visione, la tecnologia non è un feticcio, ma un linguaggio da umanizzare, una materia da piegare alla dimensione emotiva. Dall’acqua elettronica agli ori digitali, dalle installazioni urbane alle scenografie musicali, ha attraversato più di cinquant’anni di ricerca senza abbandonare gli elementi fondamentali del suo immaginario. La sua eredità resta oggi nei musei, nelle piazze e nelle architetture che ha trasformato in schermi vivi, e nel lavoro di quanti continuano a interrogare il rapporto tra natura e tecnologia.

Foto: Ufficio Stampa

Revenews