La statua non fu mutilata dal Louvre e le sue braccia non vennero spezzate durante il trasporto. Quando fu scoperta nel 1820 era già frammentaria. Ma una mano con una mela alimenta ancora il mistero.

Non fu un visitatore maldestro a spezzare le braccia della Venere di Milo. E non fu neppure il Louvre a rimuoverle. Quando la statua venne scoperta nel 1820 sull’isola greca di Milo, era già frammentaria e priva delle braccia complete. La scultura, realizzata in marmo di Paro in età ellenistica, arrivò al Louvre nel 1821. Prima di esporla, il museo valutò la possibilità di ricostruire le parti mancanti. Il progetto fu però abbandonato: nessuno poteva stabilire con certezza la posizione originaria delle braccia e un restauro arbitrario avrebbe rischiato di alterare l’opera.

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La prima ipotesi nasce da alcuni frammenti rinvenuti vicino alla statua, tra cui una mano sinistra che stringe una mela. Il frutto è uno degli attributi di Afrodite, vincitrice della celebre contesa giudicata da Paride. La Venere avrebbe quindi potuto mostrare o reggere il pomo ricevuto come premio. Una seconda ricostruzione la immagina con uno scudo. La posizione della gamba sinistra ha fatto pensare che la dea potesse appoggiarsi all’arma e contemplare il proprio riflesso sulla sua superficie, secondo un modello presente nell’arte antica.

Resta infine una terza possibilità: che il gesto sia ormai impossibile da recuperare. Senza gli oggetti tenuti nelle mani, non è neppure assolutamente certa l’identificazione della figura con Afrodite. Potrebbe essere stata Amphitrite, dea del mare venerata a Milo. La leggenda delle braccia spezzate durante una lite avvenuta al momento del ritrovamento non appartiene alla ricostruzione proposta dal Louvre. Il vero mistero non è soltanto dove siano finite, ma che cosa stessero facendo.

Foto: Wikimedia Commons (Public Domain)

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