Dopo l’oro dell’Italia nella staffetta 4×400 agli Europei di Birmingham, tre opere raccontano come gli artisti abbiano cercato di fermare un corpo senza cancellarne la velocità.
Tre centesimi di secondo hanno separato l’Italia dalla Gran Bretagna. Il 16 agosto, nella gara conclusiva degli Europei di atletica di Birmingham, Edoardo Scotti, Luca Sito, Mohamed Soudassi e Lorenzo Benati hanno vinto la staffetta maschile 4×400 in 2:59.16. Un ultimo giro di pista che ha consegnato all’Italia anche il primo posto nel medagliere, con dieci ori e ventidue medaglie complessive.
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La fotografia può isolare il momento esatto in cui un piede si solleva da terra o un testimone passa da una mano all’altra. Per secoli, però, gli artisti hanno dovuto risolvere un problema diverso: come fermare un corpo senza cancellarne la velocità? Tre opere mostrano tre risposte possibili.
Cinque corridori come fotogrammi
Su un’anfora panatenaica attribuita al Pittore di Eufileto e realizzata intorno al 530 a.C., cinque atleti nudi corrono nella stessa direzione. I busti sono inclinati, le braccia piegate, le gambe aperte in falcate quasi identiche. I corpi non sono separati nettamente: si sovrappongono e sembrano moltiplicare lo stesso gesto. La corsa nasce dalla ripetizione. Guardando le cinque figure una dopo l’altra, l’occhio ricostruisce ciò che la superficie immobile non può mostrare. È un principio vicino a quello dell’animazione: una sequenza di posizioni suggerisce lo spostamento.

L’anfora aveva anche una funzione concreta. Vasi come questo venivano consegnati ai vincitori dei Giochi panatenaici e riempiti con olio proveniente dagli uliveti sacri ad Atena. Su un lato appariva la dea, sull’altro la disciplina nella quale l’atleta aveva gareggiato. La corsa dipinta era quindi anche la memoria visiva di una vittoria.
Guido Reni dipinge il momento in cui Atalanta rallenta
In Atalanta e Ippomene, realizzato intorno al 1618-1619, Guido Reni sceglie l’istante in cui la gara cambia direzione. Secondo il mito, Atalanta avrebbe sposato soltanto l’uomo capace di batterla nella corsa. Ippomene riesce nell’impresa grazie a tre mele d’oro: le lascia cadere lungo il percorso e la giovane, fermandosi a raccoglierle, perde terreno.

Reni non raffigura l’arrivo, ma un’interruzione. Atalanta abbassa il busto verso la mela, mentre Ippomene continua ad avanzare. Le loro gambe si incrociano, i piedi sfiorano appena il suolo e i panneggi sollevati rendono visibile l’aria attraversata dai corpi. La velocità si percepisce proprio perché sta per spezzarsi. Invece di mostrare una corsa regolare, il pittore sceglie il momento in cui un gesto imprevisto modifica il ritmo e decide il risultato.
Robert Delaunay trasforma la pista in colore
Con Les Coureurs, dipinto intorno alle Olimpiadi di Parigi del 1924, Robert Delaunay non cerca più di descrivere fedelmente i muscoli o la posizione delle gambe. I corridori diventano sagome semplificate, inserite in un sistema di archi, fasce e contrasti cromatici. La pista sembra propagarsi intorno agli atleti. Le curve colorate ripetono il movimento e impediscono allo sguardo di fermarsi su una sola figura. Non osserviamo più soltanto qualcuno che corre: percepiamo il ritmo collettivo della gara, l’accelerazione e la circolarità del circuito.

Dal vaso greco alla pittura del Novecento, ogni epoca ha inventato una soluzione diversa. La ripetizione dei corpi, un panneggio sollevato, una gamba che cambia direzione o una curva di colore possono raccontare ciò che un’immagine, da sola, non potrebbe contenere: il tempo che passa mentre qualcuno corre.
