La figura del quadro probabilmente non urla: si tappa le orecchie reagendo a un “urlo della natura” che Munch stesso descrisse
La sorpresa è questa: nel quadro più famoso di Edvard Munch, la figura in primo piano probabilmente non sta urlando. Sta reagendo a un urlo che non le appartiene.
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Munch raccontò l’origine dell’opera in termini precisi: era in cammino su un sentiero al tramonto, con due amici, quando il cielo si tinse improvvisamente di rosso sangue. In quel momento percepì – così scrisse – un urlo infinito che attraversava la natura. Non un suono emesso da una persona, ma una sensazione acustica che sembrava provenire dal paesaggio stesso, dal cielo e dal fiordo sottostante.
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È da questa esperienza che nasce l’iconografia del dipinto. La figura in primo piano, priva di tratti di genere riconoscibili e ridotta a una forma ondulata quasi scheletrica, non apre la bocca per gridare: la tiene spalancata mentre si preme le mani sulle orecchie, come per proteggersi da un rumore che viene da fuori, non da dentro di sé. È un gesto di difesa, non di emissione. Chi urla, semmai, è la natura: il cielo striato di rosso e arancione, le linee curve del fiordo che sembrano vibrare come onde sonore rese visibili.
Sullo sfondo, sul parapetto del ponte, si intravedono due figure che camminano indifferenti, estranee al fenomeno percepito dal protagonista. Il loro distacco rafforza l’idea che l’esperienza sia soggettiva: un’angoscia interiore proiettata sul paesaggio, più che un evento condiviso.
Va detto con cautela: Munch stesso, in scritti diversi, ha lasciato margini di ambiguità, e generazioni di storici dell’arte hanno letto la scena anche come urlo della figura stessa, specchio dell’ansia esistenziale che attraversa tutta la sua produzione. Le due letture non si escludono: probabilmente Munch volle proprio cancellare il confine tra chi urla e chi ascolta, tra il soggetto e il paesaggio che lo circonda.
