Il direttore del Parco archeologico racconta il significato di ‘Pop Mythology’ e il dialogo tra le rovine antiche e l’immaginario contemporaneo di Philip Colbert.

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Gli astici monumentali di Philip Colbert entrano tra le rovine di Pompei e costringono il visitatore a guardare il sito archeologico da una prospettiva inattesa. È proprio in questo incontro, apparentemente spiazzante, che Gabriel Zuchtriegel, direttore del Parco archeologico di Pompei, individua il senso di Philip Colbert in Pompeii: Pop Mythology, la mostra diffusa curata da Cesare Biasini Selvaggi e visitabile fino al 30 novembre.

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Oltre trenta sculture dell’artista britannico popolano Pompei e gli altri siti gestiti dal Parco: Longola, Boscoreale, Oplontis, Villa San Marco, Villa Arianna e il Real Polverificio Borbonico. Astici colorati in acciaio inox, opere dalla patina bronzea e guerrieri robotici in acciaio nero si inseriscono tra colonne, archi e rovine come «reperti mitologici del futuro».

Lo sguardo contemporaneo rinnova Pompei

Il contrasto tra il linguaggio pop di Colbert e l’antichità del sito non è, per Zuchtriegel, una provocazione fine a se stessa. È piuttosto un modo per ricordare che Pompei non possiede un significato immobile, definito una volta per tutte: cambia anche attraverso gli occhi di chi la attraversa. «Ogni visitatore e ogni visitatrice porta un valore aggiunto, perché portano la loro visione di Pompei e in questo modo la attualizzano», spiega il direttore. L’astice, alter ego dell’artista britannico, diventa così un nuovo abitante della città antica. Un’immagine lontana da quella tradizionalmente associata al mondo classico, ma capace proprio per questo di produrre un cortocircuito tra epoche e linguaggi.

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«Philip Colbert è un artista estremamente originale, con una visione molto diversa, forse, da quella che ci aspettiamo pensando al classico. – spiega – Ma proprio per questo credo che sia molto importante confrontarci con questo linguaggio e riflettere sul nostro tempo in relazione a quello che è il passato, che noi come archeologi studiamo».

Perché l’archeologia riguarda anche il futuro

Le opere di Colbert non si limitano a occupare lo spazio archeologico. Evocano una civiltà futura che guarda al nostro presente come noi oggi osserviamo Pompei. Le sculture nere concepite come rovine provenienti da un tempo immaginario rendono particolarmente evidente questo ribaltamento: che cosa resterà della nostra società, delle sue immagini, della tecnologia e della cultura di massa? È qui che, secondo Zuchtriegel, il dialogo con l’arte contemporanea acquista un valore più profondo.

Installazione di astici colorati di Philip Colbert tra le colonne e gli archi di Pompei
Installazione di astici colorati di Philip Colbert tra le colonne e gli archi di Pompei

«Perché? – dice – Perché in questa maniera possiamo sviluppare un’idea anche di futuro. L’archeologia apparentemente parla del passato, in realtà parla anche del futuro». Pop Mythology presenta dunque Pompei non soltanto come un luogo da conservare, ma come uno spazio culturale vivo, nel quale il passato continua a interrogare il presente. E persino un astice pop, comparso tra le rovine, può contribuire a immaginare ciò che verrà.

La mostra
Consulta la scheda evento di Philip Colbert in Pompeii: Pop Mythology con date, sedi e informazioni sul percorso espositivo diffuso tra Pompei e gli altri siti del territorio.

Foto di Valentina Sensi per HF4

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