Per due notti Refik Anadol ha affidato quasi due secoli di collezioni dello Smithsonian a un sistema di intelligenza artificiale. Il risultato non è soltanto un’opera monumentale, ma una domanda su chi interpreta e trasforma la memoria pubblica.
Per due notti, il Castello dello Smithsonian ha provato a sognare. Il 17 e 18 luglio 2026 la facciata in arenaria rossa e le torri dell’edificio affacciato sul National Mall di Washington sono state attraversate da immagini, forme e connessioni generate a partire da quasi due secoli di collezioni e ricerche. A trasformare lo storico edificio è stato Refik Anadol con Smithsonian Dreams, una grande installazione audiovisiva realizzata dal suo studio attraverso un sistema di intelligenza artificiale sviluppato appositamente per il progetto. Milioni di reperti digitalizzati, manoscritti, fotografie, opere d’arte, oggetti e documenti scientifici sono diventati la materia di un flusso visivo in continua evoluzione, proiettato sul Castello e accompagnato dal suono.
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Chiamarla semplicemente «esperienza immersiva», però, significa fermarsi alla superficie. Dietro lo spettacolo di luci si cela una domanda più complessa: che cosa accade quando uno dei maggiori archivi pubblici del mondo viene affidato a una macchina perché trovi relazioni, produca immagini e restituisca una propria interpretazione della memoria?
Refik Anadol affida le collezioni dello Smithsonian all’AI
Fondato nel 1846, lo Smithsonian comprende oggi 21 musei, il National Zoological Park, biblioteche, archivi, centri di ricerca, strutture educative e giardini. Le sue raccolte conservano complessivamente circa 157 milioni di oggetti, opere d’arte e reperti, oltre a 2,1 milioni di volumi e a un’enorme quantità di materiali d’archivio.
Smithsonian Dreams non ha cercato di mostrare questo patrimonio in modo ordinato o didascalico. Il progetto ha utilizzato un sistema di visualizzazione basato sull’algoritmo UMAP – Uniform Manifold Approximation and Projection – per mappare le relazioni presenti nei dati delle collezioni. In termini più semplici, l’AI ha individuato somiglianze e prossimità tra materiali appartenenti a epoche e discipline diverse, trasformandole in sequenze visive.
Documenti storici e opere sono così apparsi e scomparsi sulla facciata del Castello, accostati non secondo la classificazione tradizionale di un museo, ma attraverso le connessioni ricavate dal sistema. Il racconto si è articolato in capitoli dedicati alla nascita dello Smithsonian, alla scoperta, alla conservazione, alla creatività e alla memoria collettiva, partendo dal lascito dello scienziato britannico James Smithson, da cui ebbe origine l’istituzione.
«Per me i dati sono una forma di memoria. – ha spiegato Refik Anadol – Lo Smithsonian conserva uno dei più straordinari depositi di conoscenza dell’umanità, accumulato attraverso generazioni di scoperte e immaginazione. Smithsonian Dreams si domanda che cosa potrebbe emergere se quella vasta memoria diventasse dinamica, se il Castello stesso potesse imparare dalle sue collezioni, riflettere su di esse e sognare attraverso di esse».
Chi decide come deve apparire la memoria?
Anadol descrive l’intelligenza artificiale come una «collaboratrice creativa». È una definizione che attraversa buona parte della sua ricerca, costruita sull’impiego dei dati e del machine learning per dare forma a immagini monumentali, ambienti digitali e architetture in movimento. Nel caso dello Smithsonian, tuttavia, la natura pubblica dell’archivio introduce un elemento ulteriore. Non si tratta soltanto di utilizzare un grande insieme di immagini come materiale artistico: quelle collezioni rappresentano il modo in cui un’istituzione ha raccolto, classificato e raccontato la storia, la scienza e la cultura nel corso di quasi duecento anni.
L’algoritmo rende visibili relazioni che potrebbero sfuggire allo sguardo umano, ma non produce una lettura neutrale. La scelta dei materiali digitalizzati, la struttura dei dati, il modello impiegato e le indicazioni ricevute dal sistema contribuiscono a determinare ciò che emerge e ciò che resta sullo sfondo. Il sogno della macchina nasce comunque da un archivio già costruito, con le sue inclusioni, le sue gerarchie e le sue assenze. Secondo Lisa Sasaki, Deputy Under Secretary for Special Projects dello Smithsonian, l’opera riflette la volontà dell’istituzione di trovare nuove forme per condividere la conoscenza: «Smithsonian Dreams riunisce arte, tecnologia e una delle più grandi collezioni di sapere al mondo, invitando il pubblico a guardare le raccolte dello Smithsonian in un modo nuovo, nel punto in cui storia, cultura, scienza e immaginazione convergono».
Dall’archivio al museo dell’arte generata dall’AI
La proiezione di Washington arriva dopo l’apertura a Los Angeles di DATALAND, il museo fondato da Refik Anadol ed Efsun Erkılıç e dedicato alle arti prodotte attraverso l’intelligenza artificiale. I due progetti condividono la stessa idea di fondo: i dati non sono soltanto informazioni da conservare o analizzare, ma possono diventare una materia artistica. Nello spettacolo gratuito sul National Mall, quella materia ha ricoperto per due sere l’edificio simbolo dello Smithsonian. La facciata non ha più funzionato soltanto come supporto per una proiezione, ma come immagine di un’istituzione che prova a ripensare il proprio patrimonio attraverso strumenti contemporanei.
Resta però aperta la domanda più interessante. Se gli archivi stabiliscono ciò che una società sceglie di ricordare, affidare la loro reinterpretazione all’intelligenza artificiale significa anche consegnarle una parte del potere di costruire nuove immagini della memoria. Smithsonian Dreams ha mostrato ciò che una macchina può ricavare da quasi due secoli di conoscenza. Capire chi orienta quel sogno, e quali ricordi vi trovano spazio, sarà il passaggio successivo.
