Dopo quasi mille anni, il celebre ricamo medievale attraversa la Manica per essere esposto al British Museum: settanta metri di immagini che anticipano il fumetto, il cinema storico e lo storytelling contemporaneo.
Non è propriamente un arazzo, non è certo che sia stato realizzato in Francia e persino il suo finale è andato perduto. Eppure, a quasi mille anni dalla sua creazione, l’Arazzo di Bayeux continua a raccontare una delle date più celebri della storia europea: il 1066, anno della conquista normanna dell’Inghilterra. L’opera è arrivata a Londra dopo un trasferimento estremamente delicato dalla Francia ed è stata mostrata in anteprima al British Museum, dove sarà esposta al pubblico dal 10 settembre 2026 all’11 luglio 2027. È la prima volta dalla sua realizzazione che il lungo ricamo medievale attraversa la Manica per tornare nel Paese del quale racconta la conquista.
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La sua forza non dipende tuttavia soltanto dall’eccezionalità del prestito. L’Arazzo di Bayeux può essere letto come un antenato del fumetto, del cinema storico e dello storytelling contemporaneo: quasi settanta metri di immagini costruiti per trasformare una guerra, una crisi dinastica e un cambio di potere in una storia comprensibile, memorabile e, soprattutto, visivamente spettacolare.
L’Arazzo di Bayeux arriva al British Museum
Il trasferimento a Londra rappresenta un passaggio storico anche per la fragilità dell’opera, che ha richiesto anni di trattative e una complessa collaborazione tra restauratori, conservatori e istituzioni dei due Paesi. Il ricamo sarà presentato nella Sainsbury Exhibitions Gallery all’interno di una teca progettata appositamente, con condizioni di luce e temperatura strettamente controllate. La mostra nasce da un accordo culturale tra Francia e Regno Unito annunciato nel 2025 durante la visita di Stato del presidente Emmanuel Macron. In cambio del prestito dell’Arazzo di Bayeux, il British Museum porterà in Francia alcuni importanti reperti delle proprie collezioni, tra cui tesori provenienti da Sutton Hoo.
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Lo scambio assume così anche un significato diplomatico. L’opera che racconta l’invasione dell’Inghilterra diventa, quasi mille anni dopo, un simbolo di riavvicinamento tra le due sponde della Manica. Un gesto culturale maturato dopo gli anni delle tensioni legate alla Brexit e presentato come l’inizio di una nuova stagione di collaborazione. La permanenza londinese coincide inoltre con la chiusura per ristrutturazione del Musée de la Tapisserie de Bayeux. Terminata la mostra al British Museum, l’opera tornerà in Normandia in vista della riapertura del museo, prevista nell’ottobre 2027.
Non è un vero arazzo
Il nome con cui l’opera è universalmente conosciuta è in parte ingannevole. L’Arazzo di Bayeux non è infatti un arazzo tessuto al telaio, ma un ricamo realizzato con fili di lana colorata su nove pezze di lino unite tra loro. Misura circa 68 metri di lunghezza e appena 50 centimetri di altezza: una fascia narrativa stretta e lunghissima, pensata per essere osservata procedendo da una scena alla successiva. La sua datazione risale alla seconda metà dell’XI secolo, probabilmente agli anni immediatamente successivi alla conquista normanna. Non conosciamo con certezza né il committente né il luogo di produzione. La tradizione lo ha a lungo attribuito alla regina Matilde, moglie di Guglielmo il Conquistatore, ma l’ipotesi oggi più diffusa indica come possibile committente Oddone di Bayeux, fratellastro di Guglielmo.

Anche la provenienza resta discussa. Nonostante sia stato conservato per secoli in Francia, diversi studiosi ritengono che possa essere stato realizzato in Inghilterra, forse a Canterbury, da ricamatrici e ricamatori anglosassoni. Più che il ritorno di un’opera certamente inglese, dunque, quello al British Museum è il ritorno nei luoghi della storia che racconta.
Un fumetto lungo settanta metri
La narrazione si sviluppa attraverso 58 scene accompagnate da brevi iscrizioni in latino. I personaggi avanzano, si incontrano, giurano, banchettano, costruiscono navi, attraversano il mare e combattono. Il ritmo è dato dalla successione delle azioni, mentre gesti, posture e direzioni degli sguardi guidano l’occhio dello spettatore. È proprio questa struttura ad aver fatto spesso definire l’Arazzo di Bayeux un antenato del fumetto. Non ci sono vignette chiuse da una cornice, ma le immagini sono concatenate secondo una precisa sequenza temporale. Alcuni personaggi ricompaiono più volte, le iscrizioni funzionano quasi come didascalie e gli elementi visivi permettono di riconoscere protagonisti, luoghi e passaggi decisivi.

Il racconto principale è affiancato da due fasce popolate da animali reali e fantastici, favole, figure enigmatiche e scene della vita quotidiana. Non si tratta necessariamente di semplici decorazioni. In molti casi i margini sembrano commentare ciò che accade al centro, aggiungendo allusioni, presagi o una seconda lettura degli eventi. Quando comincia la battaglia di Hastings, però, la violenza non riesce più a restare confinata nella fascia centrale. I fregi inferiori vengono invasi da corpi, armi, scudi, arcieri e membra mozzate. È quasi un effetto cinematografico: il conflitto rompe l’ordine della composizione e occupa progressivamente tutto lo spazio disponibile.
La conquista normanna diventa spettacolo
L’Arazzo racconta gli eventi che precedono la battaglia di Hastings del 14 ottobre 1066, quando l’esercito normanno guidato da Guglielmo sconfisse quello del re anglosassone Aroldo. La vittoria aprì la strada alla conquista dell’Inghilterra e all’incoronazione di Guglielmo il Conquistatore. Il racconto, però, comincia molto prima dello scontro. Aroldo parte per la Normandia, viene catturato, liberato per intervento di Guglielmo e partecipa con lui a una spedizione in Bretagna. Segue il controverso giuramento con il quale avrebbe promesso di sostenere la successione del duca normanno al trono inglese. Tornato in patria, Aroldo viene invece incoronato re dopo la morte di Edoardo il Confessore.

La tensione cresce scena dopo scena. Nel cielo compare la cometa di Halley, interpretata come un presagio. Guglielmo fa costruire la flotta, le navi attraversano la Manica, uomini e cavalli sbarcano sulla costa inglese. Poi arriva la battaglia, raccontata attraverso cariche di cavalleria, muri di scudi, cadute e corpi ammassati. In tutto compaiono circa 600 figure umane, 200 cavalli, centinaia di altri animali, oltre a edifici, alberi, armi e imbarcazioni. L’opera è diventata per questo una fonte fondamentale per conoscere l’XI secolo: mostra abiti, acconciature, armamenti, tecniche navali, banchetti e sistemi di costruzione. È al tempo stesso cronaca, racconto epico e gigantesco archivio visivo.
Propaganda o racconto di riconciliazione?
A prima vista, l’Arazzo di Bayeux sembra costruito per legittimare la vittoria di Guglielmo. Il duca normanno appare come il sovrano destinato a ricevere la corona, mentre il giuramento infranto da Aroldo fornisce una giustificazione morale alla conquista. In questo senso l’opera può essere considerata uno straordinario strumento di comunicazione politica. La sua lettura, tuttavia, è meno semplice. Aroldo non viene rappresentato soltanto come un traditore: appare valoroso, autorevole e vicino a Edoardo il Confessore. Durante la spedizione in Bretagna salva alcuni uomini dalle acque del fiume Couesnon e il suo coraggio viene riconosciuto dallo stesso Guglielmo.

Persino nella battaglia finale i morti non sono sempre facilmente distinguibili tra normanni e anglosassoni. La violenza travolge entrambi gli schieramenti, trasformando il trionfo militare in una rappresentazione collettiva della perdita. Per questo alcuni studiosi vedono nell’opera non soltanto la celebrazione dei vincitori, ma anche il tentativo di elaborare il trauma dell’invasione e favorire la convivenza tra le due popolazioni.
Una storia senza finale
L’Arazzo di Bayeux oggi termina con la sconfitta degli inglesi e la fuga dal campo di battaglia, ma con ogni probabilità il racconto originario proseguiva. La parte conclusiva è andata perduta e potrebbe aver mostrato l’incoronazione di Guglielmo, avvenuta a Westminster il giorno di Natale del 1066. Questa assenza rende l’opera ancora più vicina a una narrazione contemporanea: una storia monumentale della quale manca proprio l’ultima sequenza. Quasi mille anni dopo, il pubblico continua a interrogarsi su ciò che non può più vedere e sul punto esatto in cui finisce la cronaca e comincia la propaganda.

L’arrivo al British Museum riporta dunque in Inghilterra non soltanto uno dei più importanti capolavori del Medioevo, ma una delle prime grandi macchine narrative della storia europea. Prima del fumetto, prima del cinema e prima delle serie televisive, l’Arazzo di Bayeux aveva già compreso una regola essenziale dello storytelling: il potere non si conquista soltanto sul campo di battaglia. Si conquista anche decidendo come quella battaglia verrà raccontata.
