Un viaggio nel mondo del restauro a Villa Giulia, dove si sta lavorando alla parte finale del Sarcofago degli Sposi: un capolavoro immenso tornato al suo antichissimo splendore.
C’è qualcosa di realmente magico nel lavoro dei restauratori, un’abilità quasi taumaturgica che permette, con la sapienza delle mani e con l’efficacia della conoscenza, di riportare alla vita capolavori assoluti dal passato remoto: un lavoro fatto di lentezza e di pazienza che sembra di un’altra epoca, lontanissimo dal moderno tutto e subito, ma che non smette di affascinare e di attirare non solo gli addetti ai lavori, ma anche i semplici amanti dell’arte.
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Una passione testimoniata dall’affluenza al Museo Etrusco di Villa Giulia durante i martedì e i giovedì in cui il laboratorio di restauro del Museo si apriva ai visitatori: c’è da dire che sul tavolo operatorio non c’era un reperto qualunque, ma il Sarcofago degli Sposi, il capolavoro più identitario dell’arte etrusca e simbolo stesso del Museo romano.
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Il Sarcofago degli Sposi, capolavoro assoluto, torna a nuovo splendore
A distanza di oltre un secolo dal primo restauro, che consentì di ricomporre da centinaia di frammenti la celebre coppia di Sposi in un unico tenero abbraccio, e a più di mezzo secolo dall’ultimo intervento manutentivo, il Sarcofago è stato al centro di una nuova stagione di studi che non si ferma al solo restauro. Il progetto prevede anche la realizzazione di un piano conservativo e di manutenzione dell’opera, oltre a un percorso di valorizzazione, grazie alla convenzione fra il Museo e l’Istituto Centrale per il Restauro. A rendere possibile l’intervento è stato anche il sostegno di un mecenate privato, la Banca Popolare del Cassinate, intervenuta attraverso lo strumento dell’Art Bonus: un esempio di come pubblico e privato possano incontrarsi per restituire al Paese un pezzo della propria identità.
L’Istituto Centrale per il Restauro ha accompagnato le restauratrici durante tutte le delicatissime fasi del lavoro, insieme a Miriam Lamonaca, Responsabile del Servizio Conservazione presso il Museo. Cristina Passeri, restauratrice della Cooperativa Co.Re Restauri Consorziati, impresa appaltatrice del lavoro, ci ha raccontato le difficoltà incontrate e lo sviluppo dei lavori, che dovrebbero concludersi a novembre.
Il processo di restauro
«L’intervento è partito l’anno scorso con un cantiere pilota sulla porzione delle gambe, adesso esposta in vetrina. La prima difficoltà che abbiamo trovato è che l’aspetto è cambiato radicalmente». Passeri racconta che quando quel primo pezzo di restauro è finalmente finito in vetrina è stato uno shock, perché il sarcofago appariva di un colore completamente diverso da quello a cui tutti erano abituati. «Questa porzione singola ha scatenato tanti commenti, ma questo è il colore naturale della terracotta. Prima era praticamente marrone, sembrava quasi un altro materiale, non sembrava neanche terracotta: quello è stato il primo scoglio».
Il lavoro delle restauratrici prosegue, ed è arrivato anche l’ultimo pezzo su cui mettere le mani: la parte del busto. Abbiamo avuto il privilegio di vedere queste professioniste all’opera sulla parte delle mani e delle braccia e sul loro perfetto incastro, in un intreccio di gesti minuti e precisissimi che raccontano, meglio di qualsiasi parola, cosa significhi davvero sapienza delle mani.
Da Cerveteri a Villa Giulia, un viaggio tra i secoli
Momenti molto emozionanti, che riportano a una storia antica, iniziata il 9 aprile 1881 quando a Cerveteri, in una località della tenuta del principe Francesco Ruspoli detta della Banditaccia, vennero alla luce gli innumerevoli frammenti del Sarcofago degli Sposi. Fu Felice Barnabei, primo direttore del Museo di Villa Giulia, ad acquistare per l’allora cifra di 4mila lire quello che lui stesso, in un rapporto dell’epoca, definì un mucchio di rottami fittili: un cumulo di cocci che nessuno, in quel momento, avrebbe scommesso potesse tornare a essere un capolavoro.
Da quei frammenti nacque un’urna di dimensioni colossali, caratterizzata da una parte inferiore a forma di letto (la kline), in cui venivano deposte le ceneri dei defunti, e da una parte superiore, con funzione di coperchio, modellata in modo da raffigurare una coppia di coniugi semidistesi a banchetto: un oggetto di bellezza rara, che oggi, grazie a mani come quelle di Passeri e delle sue colleghe, è tornato a quello splendore che Barnabei, guardando i suoi rottami, forse non sarebbe riuscito nemmeno ad immaginare.
