Le mostre di Miriam Cahn e del Premio Paul Thorel sono il punto di partenza per una riflessione più ampia sul ruolo delle istituzioni culturali. La Direttrice del MACRO ci racconta perché oggi un museo deve essere uno spazio di pensiero critico, capace di parlare anche a chi crede che l’arte contemporanea non lo riguardi.
Più che raccontare il contemporaneo, un museo deve aiutare a interpretarlo. È questa la convinzione che guida il lavoro di Cristiana Perrella, Direttrice del MACRO – Museo d’Arte Contemporanea di Roma, dove la nuova stagione espositiva mette al centro due progetti molto diversi ma accomunati dalla volontà di interrogare il presente: la grande retrospettiva dedicata a Miriam Cahn e Le imperfezioni, mostra delle vincitrici del Premio Paul Thorel. Per Perrella, però, il vero filo conduttore non è puramente quello curatoriale. È il ruolo che oggi un’istituzione culturale deve assumere in una società sempre più attraversata da conflitti, trasformazioni tecnologiche e polarizzazioni. Una visione che va oltre la semplice offerta museale.
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«Il fil rouge che unisce le due mostre al MACRO è un’attenzione ai temi forti del nostro presente. – dice ai nostri microfoni – Nel caso di Miriam Cahn, al tema della violenza che spesso colpisce proprio i corpi delle donne, le protagoniste più frequenti delle sue opere. E nel caso invece de Le imperfezioni, il tema della tecnologia, del digitale, dell’intelligenza artificiale, di tutti questi supporti nella nostra vita che stanno rivelando anche un dark side che queste artiste esplorano».
«L’arte affronta la complessità del presente»
La direttrice vede proprio nell’arte uno degli strumenti più efficaci per affrontare la complessità del presente. Per questo ritiene che oggi dirigere un museo significhi assumersi una responsabilità che va ben oltre la programmazione espositiva. «Io sono convinta – precisa – che lavorare per un’istituzione culturale oggi sia un ruolo politico. È un ruolo che permette di agire su una comunità, che è essenzialmente la comunità locale ma non solo. E questa è un’enorme responsabilità». Una responsabilità che, secondo Perrella, consiste nel rendere il museo un luogo in cui il pubblico possa sviluppare uno sguardo più consapevole sul mondo.

«Prendersi carico di questa responsabilità vuol dire permettere al museo di portare l’arte come strumento di sviluppo di un pensiero critico, come esercizio di complessità a un pubblico più vasto possibile. – commenta la Direttrice – Perché in un’epoca di banalizzazione imperante, in un’epoca di semplificazione, di grandi opposizioni, credo che il pensiero degli artisti sia un pensiero fondamentale per recuperare proprio quel filtro sfaccettato e complesso che è l’unico filtro possibile per affrontare oggi il reale. E, tra l’altro, un reale così complicato come quello dell’epoca in cui viviamo». Questa idea di museo si riflette inevitabilmente anche nella scelta degli artisti e delle mostre.
Miriam Cahn e Le Imperfezioni
Miriam Cahn affronta temi come il corpo, la guerra, la vulnerabilità e la violenza attraverso una ricerca iniziata oltre cinquant’anni fa e oggi più attuale che mai. Le imperfezioni, invece, guarda agli effetti delle nuove tecnologie e dell’intelligenza artificiale, esplorando il rapporto tra immagine, algoritmi e società. Due percorsi diversi che, secondo Perrella, condividono la stessa urgenza: aiutare il pubblico a leggere criticamente il presente. Perché questo accada, tuttavia, il museo deve riuscire a coinvolgere anche chi normalmente ne resta fuori.
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«Secondo me è molto interessante oggi provare a rivolgersi a un pubblico che è interessato alla cultura e al pensiero critico, ma ancora più interessante è provare a coinvolgere il non pubblico, cioè chi pensa che il museo non lo riguardi. – dice Perrella – Questa credo che sia la grande sfida». Una sfida che, precisa, non può essere affrontata semplificando i contenuti o inseguendo logiche di facile consumo: «Va affrontata non abbassando i contenuti, quindi non lavorando sulle mostre di conferma, sulle mostre instagrammabili, ma abbassando la soglia d’accesso». Una distinzione che – per Cristiana Perrella – è fondamentale.

«Abbassare la soglia d’accesso vuol dire dare alle persone gli strumenti per non sentirsi rifiutate dal museo, respinte, per sentirsi all’altezza, che penso sia quello che chiunque dovrebbe provare quando entra in un luogo della cultura. – aggiunge – Quindi dare tanti strumenti per leggere quello che presentiamo e allo stesso tempo proporre contenuti alti, che aiutino davvero ad attivare il pensiero critico, a ragionare su chi siamo, dove siamo e anche su come metterci in dialogo con i cambiamenti velocissimi dell’epoca che stiamo vivendo».
Il rapporto tra il MACRO e Roma
Un altro elemento centrale della visione della Direttrice riguarda il rapporto tra il MACRO e la città di Roma. Dopo una stagione interamente dedicata alla scena artistica romana, Perrella osserva come la Capitale stia vivendo una fase di rinnovato interesse da parte degli artisti contemporanei. «Roma in questo momento è secondo me una città estremamente interessante. – ci dice – È una città che ciclicamente torna a essere contemporanea e credo che questo sia il momento. La prospettiva storica che tante volte in passato anch’io ho pensato essere un peso per chi è romano, in realtà oggi permette quella prospettiva lunga che dà un’altra misura anche alla lettura di quanto ci accade». Per Perella, la memoria storica rappresenta una risorsa preziosa proprio in un periodo caratterizzato da grandi tensioni internazionali.

«Tendiamo a dimenticare la lezione della storia. – commenta – A Roma è impossibile. E avere sempre presente la storia significa anche cercare il più possibile di evitare che si ripeta. Credo che sia un elemento molto interessante che la città offre anche agli artisti che oggi scelgono di viverci». Non è un caso, racconta, che molti stiano tornando proprio nella Capitale: «Sempre più artisti stanno tornando a Roma. Parlo di molti che negli anni scorsi avevano scelto altre città, altre situazioni apparentemente più vivaci, più vitali, più contemporanee, oppure decidono proprio di venirci a vivere. Anche perché Roma oggi è una città abitabile e questo non è più scontato in un momento di metropoli gentrificate».
Attenzione alla ricerca
Anche l’attenzione alla ricerca è ciò che, secondo Perrella, definisce da sempre l’identità del MACRO: «La ricerca parte sicuramente da una presa diretta sull’arte di ricerca, che è quello che contraddistingue il mio percorso ma anche quello di tutte le persone che lavorano al museo. Il MACRO è sempre stato un museo di ricerca fin dall’inizio».

Per dimostrarlo, la Direttrice cita proprio le prime mostre ospitate dall’istituzione: «Quando il museo ha aperto nel 2002 proponeva una mostra di Jenny Saville e The Ballad of Sexual Dependency di Nan Goldin. Oggi sono due artiste celebrate: Jenny Saville è protagonista di una grande retrospettiva a Venezia e Nan Goldin è stata appena celebrata nei più importanti musei europei. Ma qui erano presenti nel 2002, quando ancora non erano conosciute e famose. Questo è il DNA del MACRO ed è importante continuare a proporlo come un museo di ricerca e non come un museo di conferma».
Molteplici voci e sguardi
Infine, Perrella tiene a chiarire che la forte presenza di artiste nella programmazione del 2026 non nasce da una scelta identitaria, ma da una precisa coerenza curatoriale. «Il MACRO vuole al suo interno una molteplicità di voci e una molteplicità di sguardi. – dice – Non è un museo che rappresenta un’identità di nessun genere, nemmeno quella femminile. Però dà attenzione e spazio a voci che ancora oggi risultano marginalizzate. In questo caso abbiamo costruito il programma seguendo la forza delle opere e la loro capacità di parlare del presente. Solo dopo ci siamo accorti che questa riflessione passava interamente attraverso voci femminili».

Una programmazione che, conclude, non vuole offrire risposte semplici, ma creare le condizioni perché il museo rimanga uno spazio di confronto, di ricerca e di immaginazione critica. Perché, in un tempo dominato dalla velocità e dalla semplificazione, è proprio la complessità a diventare il valore più prezioso che un’istituzione culturale possa restituire al suo pubblico.
