Come si illuminano le opere di un’artista che ha portato la luce su tela? Ce lo siamo fatti spiegare da Francesco e Luigi Murano, che ci sono riusciti.

C’è un paradosso affascinante quando ci si trova a tu per tu con le opere di Joseph Mallord William Turner: l’artista britannico, considerato il vero profeta della luce e il grande precursore dell’Impressionismo, ha letteralmente dipinto il sole, l’aria, le onde e le atmosfere rarefatte facendoli vibrare dall’interno della tela. Come si fa, allora, a illuminare un pittore che ha fatto della luce il suo stesso soggetto senza risultare ridondanti o artificiali?

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La risposta è racchiusa in una regola ferrea: «Non aggiungere luce alla luce». A metterla in pratica sono Luigi e Francesco Murano, i due celebri lighting designers che firmano il delicatissimo e innovativo progetto illuminotecnico della mostra evento Turner. L’incanto del lago di Como e del paesaggio italiano, aperta dal 29 maggio al 27 settembre 2026. L’esposizione, ideata e organizzata dal Comune di Como insieme alla prestigiosa Tate di Londra (da cui provengono tutti i capolavori), si snoda in un percorso speculare e continuo tra il Palazzo del Broletto e la Pinacoteca civica.

Tra percezione e conservazione: il trucco delle pareti cerulee

La sfida tecnica di Como ha richiesto un bilanciamento millimetrico tra le esigenze dell’occhio del visitatore e i rigidi vincoli di tutela imposti dalla Tate. I fragilissimi acquerelli e le opere su carta richiedono infatti una quantità di luce nettamente inferiore rispetto ai dipinti a olio. Per evitare che le sale del Broletto e della Pinacoteca risultassero troppo cupe, i Murano hanno elaborato un sistema ingegnoso: luce fredda per le superfici architettoniche e luce calda per i quadri.

Questo intervento dialoga in modo simbiotico con l’allestimento curato dall’architetto Maria Luisa Quintiliani, che ha introdotto ai lati delle opere di Turner delle particolari pareti cerulee plissettate. La geometria di queste pieghe permette alla luce di variare tono e intensità a seconda dell’inclinazione, ricreando un movimento visivo che evoca la fluidità e il ritmo delle onde del Lago di Como. Una continuità stilistica e narrativa che si ritrova in entrambe le sedi espositive.

Dietro le quinte della luce: intervista a Luigi e Francesco Murano

Per comprendere a fondo la filosofia e i segreti tecnici che si nascondono dietro la nascita di una mostra così complessa, abbiamo intervistato direttamente i due lighting designers. Ecco cosa ci hanno raccontato.

Un po’ di contesto: su quali altre mostre avete lavorato in passato?
«Abbiamo lavorato insieme su oltre 250 mostre, solo quest’anno da gennaio a giugno abbiamo illuminato una decina di mostre dai Macchiaioli alla Metafisica da Klimt a Panini».

Parliamo di luce: quando si visita una mostra è un elemento che si deve notare oppure no?
«Si deve notare soltanto perché favorisce la corretta visione dell’opera, non deve mai sovrapporsi ad essa. Non amiamo il protagonismo di chi con interventi sbagliati o autoreferenziali tende ad anteporre la propria luce a quella dell’opera. Oltretutto illuminiamo dipinti di autori di tale grandezza che parrebbe davvero presuntuoso e puerile pretendere di essere più importanti di loro».

Secondo il vostro parere, la luce naturale vince sempre? È quella che cercate di ricreare?
«Turner precorre l’impressionismo ponendo al centro delle sue opere la luce più che il soggetto rappresentato. Da parte nostra tendiamo a esaltare le capacità descrittive delle opere ponendo il visitatore nella migliore condizione visiva per poter apprezzare l’arte visionaria dell’artista. Quindi cerchiamo di evitare riflessi e ombre che pregiudichino la corretta percezione, anche da vicino, di ogni dettaglio presente nell’opera. Inoltre, utilizziamo sorgenti con due temperature di colore, cioè due tonalità di bianco che esaltano i cromatismi dell’autore».

Architettura della luce tra spazio e arte

Che studi avete fatto per lavorare in questo ambiente?
«Francesco Murano è laureato in architettura e ha un PHD in disegno industriale con una tesi dal titolo “Le figure della luce”. Si è dedicato fin da adolescente alla fotografia, ha progettato lampade di design e illuminato edifici monumentali, abitazioni, per poi giungere a illuminare opere d’arte. Luigi Murano, invece, segue da sempre il lavoro di Francesco ed ha seguito un corso in lighting design organizzato dall’Accademia della Scala. Ha recentemente progettato e illuminato anche la sfilata Alberta Ferretti a Dubai ed ha collaborato all’illuminazione dello spettacolo di Roberto Bolle a Milano».

Oggi si parla molto di architettura della luce: cosa ne pensate a riguardo?
«Pensiamo che la luce sia un elemento compositivo dello spazio e in questo senso ha lo stesso valore degli altri elementi che lo costituiscono quali le partizioni verticali e orizzontali. Inoltre la luce ha un enorme potere attrattivo e connotativo: in questo senso, il suo utilizzo deve essere sempre ben calibrato perché tende a prevaricare gli altri componenti».

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