Il co-curatore della mostra ‘I fiori della memoria’ racconta il lavoro dell’artista coreana Bongsu Park, che trasforma fiori, profumi e ricordi in opere da vedere, toccare e annusare.

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Ci sono ricordi che sopravvivono nelle fotografie, altri nelle parole e altri ancora in un odore che riaffiora all’improvviso dopo anni. È da questa forma fragile e persistente che nasce I fiori della memoria, la mostra dell’artista coreana Bongsu Park al MARV | Museo d’Arte Rubini Vesin di Gradara. Un progetto che, come racconta il co-curatore Riccardo Freddo, prova a fare qualcosa di insolito: dare una forma visibile a ciò che normalmente sfugge.

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«La mostra nasce dall’idea di soffermarci sulla memoria e su cosa sia realmente un ricordo. – spiega Freddo – Per questo abbiamo scelto di lavorare con Bongsu Park, un’artista che ha costruito la propria ricerca proprio attorno a questi temi».

Dai fiori alla memoria

Il punto di partenza è un gesto semplice: raccogliere un fiore. Un gesto che per Bongsu Park affonda le radici nell’infanzia, quando accompagnava la madre tra le campagne della Corea del Sud. Oggi quei ricordi riaffiorano nel giardino della sua casa londinese, dove coltiva molte delle piante che diventeranno parte integrante delle sue opere. «Sono spesso gli stessi fiori che raccoglieva insieme alla madre. – racconta Freddo – Da quel ricordo nasce l’intero processo creativo». Una volta sbocciati, i fiori vengono raccolti e pressati direttamente sulla tela. Non per giorni, ma per mesi. Il tempo necessario affinché i pigmenti naturali si trasferiscano lentamente sulla superficie, lasciando una traccia che non è una rappresentazione della natura, ma la sua presenza fisica.

«I fiori vengono lasciati sulla tela per lunghi periodi, così che il loro colore naturale possa diffondersi nel tessuto. – spiega il curatore – Quando si seccano, vengono raccolti, spezzettati e inseriti all’interno di ceramiche realizzate dalla stessa artista». Il processo, però, non termina con la trasformazione della materia vegetale. Dalle stesse piante Park estrae anche l’essenza profumata, che viene incorporata nelle ceramiche. È in questo passaggio che la memoria smette di essere soltanto immagine e diventa esperienza sensoriale.

Una mostra da vivere con tutti i sensi

Vista, tatto e olfatto convivono all’interno delle opere, trasformando il visitatore in una presenza attiva. Al MARV non ci si limita a osservare: si è invitati ad avvicinarsi, percepire e costruire una relazione diretta con il lavoro dell’artista. «L’idea è quella di creare una piccola performance da portare con sé. – racconta Freddo – Le opere chiedono di essere guardate, toccate e annusate. Il visitatore diventa parte integrante dell’esperienza». La mostra si sviluppa attorno al concetto coreano di janhyang, una parola che indica contemporaneamente il profumo che permane nell’aria e l’eco di qualcosa che continua a risuonare nel tempo. Una definizione che sintetizza perfettamente il cuore della ricerca di Park.

«Vediamo la presenza delle foglie, dei fiori, delle piante. – spiega Freddo – Ma ciò che osserviamo è in realtà la loro memoria. La materia originaria non è più lì, eppure continua a esistere attraverso la traccia che ha lasciato». È proprio questa tensione tra presenza e assenza a rendere il percorso espositivo profondamente immersivo. Le opere non si limitano a raccontare un ricordo: ne riproducono il funzionamento, fatto di frammenti, sensazioni e dettagli che riaffiorano nel tempo.

Quando la performance lascia una traccia

Per anni il lavoro di Bongsu Park è stato caratterizzato dalla dimensione effimera della performance. Azioni, rituali e momenti condivisi destinati a esistere soltanto nell’istante in cui venivano compiuti. Con la serie Janhyang, però, qualcosa cambia. «Dal 2025 è riuscita a trovare un modo per far rimanere quella dimensione effimera che caratterizzava le sue performance. – osserva Riccardo Freddo – Ha creato oggetti che conservano quella stessa fragilità, trasformandola in un’esperienza personale e duratura». Le opere diventano così tracce di qualcosa che non esiste più. I fiori sono scomparsi, ma il loro colore è rimasto sulla tela. La materia vegetale si è trasformata in ceramica. Il profumo continua a esistere nell’aria. È una presenza che si manifesta attraverso l’assenza, proprio come accade ai ricordi.

L’ultima sala della mostra permette inoltre di ripercorrere l’evoluzione della ricerca dell’artista attraverso documentazioni video di performance come Mirror (2024), Dream Wave (2020) e Internal Library – Memory (2017), mettendo in evidenza la continuità di un percorso dedicato all’esplorazione delle dimensioni più intime della memoria e del sogno.

I fiori della memoria nasce dalla collaborazione tra il MARV di Gradara e Rosenfeld Gallery di Londra, realtà che da anni promuove percorsi museali e istituzionali per i propri artisti. «L’intento della galleria è quello di puntare sempre di più sul valore museale e istituzionale dei progetti che seguiamo. – spiega Freddo – Da anni collaboriamo con musei e istituzioni in tutta Italia, da Roma a Venezia fino a realtà più piccole, ma estremamente dinamiche come Gradara». Per il curatore non è una scelta casuale. L’Italia continua a rappresentare un terreno privilegiato per il dialogo tra arte contemporanea, memoria e patrimonio culturale.

«Crediamo che l’Italia sia il palcoscenico ideale per presentare l’arte contemporanea. – conclude – È un Paese in cui il rapporto con la storia, con la materia e con il ricordo è ancora molto forte. E il lavoro di Bongsu Park riesce a dialogare con questa sensibilità in modo naturale». Con I fiori della memoria, la memoria smette così di essere qualcosa di invisibile e distante. Diventa un colore impresso sulla tela, una traccia custodita nella ceramica, un profumo che continua a riaffiorare. Qualcosa che non si limita a essere ricordato, ma che può ancora essere vissuto.

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