Dall’acquerello di Tolkien alla trilogia di Jackson, le illustrazioni hanno trasformato la Terra di Mezzo da mondo fantastico a immaginario collettivo.
Chiudere gli occhi e immaginare la Terra di Mezzo oggi non è poi così difficile. Il Signore degli Anelli ha costruito un immaginario condiviso nel corso degli anni, talmente tanto riconoscibile da ricordare i luoghi con precisa memoria artistica. È il frutto di un secolo di mediazioni visive, di artisti che si sono succeduti nel tentativo di dare corpo a un mondo nato dalle parole. Ogni generazione ha consegnato alla successiva un immaginario diverso, a volte più intimo altre più epico, più rurale o più cinematografico.
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Tolkien illustratore: il mondo come processo
Prima che qualunque altro artista potesse tentare la Terra di Mezzo, Tolkien l’aveva già disegnata. Fin da giovane, scrittura e rappresentazione visiva sono per lui un unico flusso creativo, tra disegni, schizzi, acquerelli, stemmi araldici, mappe e calligrafie. La prima edizione de Lo Hobbit, nel 1937, contiene dieci illustrazioni in bianco e nero, due mappe e la copertina, tutte realizzate dal suo autore.
Lo stile di Tolkien è mite, quasi rustico, privo di qualsiasi spettacolarità. I paesaggi hanno la qualità dell’acquerello inglese ottocentesco tra brughiere, alberi e architetture che sembrano sorgere organicamente dalla vegetazione. L’illustrazione più celebre, Conversation with Smaug (1937), mostra il drago avvolto intorno al proprio oro mentre Bilbo lo osserva nascosto. Si tratta del primo elemento riconoscibile che contamina il mondo artistico della Terra di Mezzo. Tolkien illustra i luoghi e le atmosfere, come se il mondo avesse bisogno di essere percepito prima ancora di essere raccontato. Parole e immagini pensano insieme, esplorano da direzioni diverse lo stesso spazio immaginario.
Kirk e i fratelli Hildebrandt: l’immaginario prende massa
Negli anni Settanta, la Terra di Mezzo esce dall’orbita privata di Tolkien per diventare patrimonio di massa. Inizialmente lo fa attraverso i calendari. Tim Kirk è il primo illustratore a ricevere questo incarico nel 1975, con una serie di acquerelli nati come progetto di tesi universitaria. La sua visione è pastello e delicata. Kirk sembra più interessato alla Terra di Mezzo come luogo che come teatro di guerra. I suoi hobbit sono goffi e simpatici, Smaug è inquietante con discrezione. Un immaginario da libro illustrato raffinato.
L’anno successivo arrivano gli illustratori Greg e Tim Hildebrandt. La loro tecnica principale è l’acrilico su tavola, con modelli fotografici reali e settimane di lavoro per ogni dipinto. Già da qui l’immaginario inizia a cambiare, con un’estetica da grande spettacolo popolare. I loro Gandalf sono patriarchi maestosi, i Nazgûl sculture gotiche, i paesaggi vasti e sfolgoranti. Lo stesso anno del loro primo calendario tolkieniano, i fratelli Hildebrandt realizzano il manifesto originale di Guerre Stellari e non è una coincidenza stilistica. Il loro è l’immaginario del cinema di intrattenimento americano, dell’epica colorata e assertiva, capace di colpire al primo sguardo.
Il passaggio da Kirk ai fratelli Hildebrandt è il primo grande salto di categoria nell’immaginario tolkieniano. Kirk invita a stare nel mondo, mentre i Hildebrandt invitano a guardare le sue scene più drammatiche.
Alan Lee e John Howe: la Terra di Mezzo trova i suoi riferimenti
Negli anni Ottanta e Novanta, l’immaginario tolkieniano trova i suoi interpreti definitivi in due artisti che, pur partendo da presupposti opposti, si rivelano complementari.
L’illustrazione di Alan Lee è profondamente britannica con acquerelli nebbiosi, paesaggi che lasciano filtrare la luce in modo obliquo, architetture che affiorano dalla vegetazione come se fossero sempre state lì. Il suo approccio è volutamente reticente. Preferisce aggiungere dettaglio e colore dove Tolkien aveva lasciato spazio, senza sovrapporsi. Rispetto ai fratelli Hildebrandt, Lee restituisce intimità e malinconia, tornando a un mondo da abitare, non da ammirare.
John Howe è il perfetto complementare. Il suo sguardo sulla Terra di Mezzo è tettonico con paesaggi solidi, tra rocce e tempeste. Sauron è rappresentato come una presenza cosmica. Se Lee è lirico, Howe si può definire drammatico. La sua visione del Balrog bestiale e demoniaca, realizzata prima ancora che i film esistessero, si rivela così convincente da diventare il punto di partenza del design cinematografico.
Insieme, Lee e Howe costruirono un vocabolario visivo coerente e convincente. Lee porta il paesaggio e la malinconia poetica, Howe la solidità materica e il peso dell’oscurità.
La trilogia di Peter Jackson: il mondo diventa fisico
Quando Peter Jackson scrive la sceneggiatura de La Compagnia dell’Anello, le illustrazioni di Lee e Howe sono sparse sul pavimento del suo studio. Li assume entrambi come concept artist principali per garantire la continuità con un immaginario già amato dai lettori.
I film di Jackson trasformano quel mondo in un luogo fisico attraversabile. La Nuova Zelanda offre ogni ambiente che Tolkien aveva descritto. Le colline verdi per la Contea, pianure aperte per Rohan, picchi innevati per Caradhras.
Pensando all’immaginario del Signore degli Anelli, con la trilogia di Jackson si guadagna molto. A partire dalla fisicità della storia, fino alla dicotomia cromatica come linguaggio morale (i colori caldi della Contea contro i grigi di Mordor) e ovviamente l’incarnazione definitiva dei personaggi.
Allo stesso tempo si perde lo spazio per l’immaginazione del lettore. Ian McKellen è Gandalf e chi legge il libro oggi fatica a non vederlo sulla pagina.
Oggi: un immaginario interpretato e vivo
Vent’anni dopo Jackson, l’immaginario tolkieniano si è evoluto ancora. Ovviamente è più ricco e plurale che mai, eppure gravato da un canone visivo potentissimo e difficile da scavalcare. Gli Anelli del Potere di Amazon ha scelto di non provarci. Infatti, tutto è costruito come un’eco dell’estetica jacksoniana, ancora più luminosa ed epica.
Ma al di là delle produzioni mainstream, l’era post-Jackson ha generato la fioritura di illustratori indipendenti che usano internet per costruire immaginari alternativi. In un certo senso il mondo di Tolkien è diventato interpretabile, per alcuni è più intimo e rurale, per altri più epico. Alcuni cercano interpretazioni che restituiscano la dimensione rurale e intima della Contea, altri il senso del passato della Terra di Mezzo.
L’immaginario tolkieniano oggi convive in diversi livelli sovrapposti. L’epica digitale delle produzioni televisive, la pittura tradizionale di chi recupera acquerello e olio per restituire peso e malinconia e l’infinita sperimentazione della comunità online globale. Tolkien, che disegnava la Terra di Mezzo per se stesso prima ancora che per i lettori, avrebbe probabilmente trovato tutto questo eccessivo e affascinante in egual misura. Ma in fondo un mondo in cui si crede davvero tende a essere immaginato da tutti.
