La prima mostra museale italiana dell’artista coreana al MARV di Gradara trasforma fiori, profumi e ricordi in un percorso multisensoriale dove olfatto, tatto e vista diventano strumenti per esplorare la memoria individuale e collettiva.
C’è una parola coreana che evoca ciò che resta nell’aria e, nello stesso tempo, ciò che continua a risuonare nella memoria. Janhyang significa profumo residuo, eco, traccia persistente. È da questo termine che nasce I fiori della memoria, la mostra dell’artista coreana Bongsu Park, ospitata dal 6 giugno al 5 luglio 2026 al MARV | Museo d’Arte Rubini Vesin di Gradara, nelle Marche, a cura di Riccardo Freddo e Luca Baroni, in collaborazione con Rosenfeld Gallery.
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Non una semplice esposizione di opere, ma un’esperienza multisensoriale costruita attorno a olfatto, tatto e vista. Le opere di Park, infatti, non si limitano a essere osservate: chiedono tempo, prossimità, attenzione. Nascono da fiori e piante raccolti nel giardino dell’artista, pressati sulla tela e lasciati per mesi a imprimere pigmenti, forme e tracce naturali. La materia vegetale, una volta essiccata, viene poi rielaborata, custodita in piccoli contenitori di ceramica realizzati dall’artista e distillata per estrarne il profumo.
La tela come superficie di memoria
Il risultato è un percorso in cui l’immagine non viene dipinta nel senso tradizionale del termine, ma sedimentata. La tela diventa una superficie di memoria, un luogo in cui la natura lascia una presenza fragile e concreta, mentre il profumo permette allo spettatore di entrare in una relazione più intima con l’opera. «Janhyang parla di memoria, ma non solo della mia memoria. – racconta Bongsu Park – È iniziato dalla mia memoria, ma spero che questo lavoro sia un portale dalla mia memoria a quella degli altri. Ho creato una specie di rituale con cui le persone possano tornare alla propria memoria attraverso questa esperienza di toccare, guardare e annusare».

La mostra assume un significato particolare anche nel percorso dell’artista. Per Park, nata a Busan e residente a Londra, I fiori della memoria rappresenta la prima mostra museale in Italia e la prima occasione in cui la serie Janhyang viene presentata nel suo insieme. «Significa molto per me e anche per la mia carriera. – spiega – Janhyang è una serie nuova e per la prima volta vengono esposti tutti i lavori insieme. Nell’ultima stanza abbiamo selezionato alcune opere che si collegano a questo lavoro, così spero che le persone possano capire come sia nato».
Janhyang: il processo
Il percorso espositivo si apre proprio con i lavori più recenti della serie Janhyang, realizzati nel 2025. In queste opere pittura, materia vegetale e composizione olfattiva convergono in un unico organismo sensibile. Ogni quadro conserva una storia: quella delle piante che lo hanno generato, del tempo necessario alla loro trasformazione, del gesto manuale dell’artista e della fragranza che ne resta come traccia.

Dietro queste opere si nasconde, infatti, un lungo processo di sperimentazione. «Ho creato questa tecnica usando le piante del mio giardino. – racconta Park – Preparo il tessuto con coloranti naturali, poi seleziono le piante, le organizzo e le copro con il tessuto pre-tinto. Sperimentando ho utilizzato materiali diversi, dall’intonaco agli oli, modificando persino il livello di pH per ottenere effetti differenti».

La tecnica, tuttavia, è soltanto una parte del processo. Durante l’incontro con il pubblico, l’artista ha spiegato che l’origine di Janhyang nasce da una riflessione più ampia sul tempo, sulla trasformazione e sulla memoria. «Mi interessa capire da dove veniamo e dove stiamo andando», racconta. L’osservazione dei semi che crescono nella terra e si trasformano lentamente in piante è diventata per l’artista, dunque, una metafora del cambiamento e della vita stessa. Le forme vegetali che compaiono nelle opere non sono mai semplici soggetti naturali, ma tracce di un processo che continua a evolversi.
Sogno e memoria
Il legame tra memoria personale e memoria collettiva attraversa poi tutta la ricerca di Bongsu Park. Prima di arrivare al Memory Project, Park ha lavorato a lungo sul sogno, tema centrale nella cultura coreana e nelle sue pratiche di scambio e interpretazione. Dal 2017 sviluppa il Dream Project, con performance e lavori partecipativi che trasformano il sogno in uno spazio comune attraverso cui esplorare le esperienze degli altri. «Il sogno e la memoria sono sempre temi importanti nel mio lavoro. – spiega – Sono molto interessata a capire cosa accade nella mente delle altre persone. Attraverso le mie opere cerco di comprenderlo e condividerlo. Attraverso questo processo possiamo comprenderci meglio gli uni con gli altri».

Questa curiosità verso il mondo interiore degli altri affonda le sue radici anche nella biografia dell’artista. Park ha raccontato di essere cresciuta accanto a una madre monaca buddhista, una presenza che ha influenzato profondamente il suo modo di osservare il mondo. La pratica della contemplazione, l’attenzione ai processi lenti della natura e la convinzione che ogni esperienza lasci una traccia sembrano attraversare tutta la sua produzione artistica.
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Più che costruire immagini, Bongsu Park sembra infatti interessata a registrare trasformazioni. Le sue opere non raccontano un istante, ma il tempo necessario perché qualcosa accada. «Ho bisogno di tempo per riflettere su ciò che vivo. – racconta – Le esperienze accadono, poi c’è una fase di meditazione e sedimentazione. Le opere arrivano dopo». Una concezione che si riflette anche nei tempi lunghi di realizzazione delle sue opere, lasciate maturare lentamente fino a quando la natura stessa non completa il proprio lavoro.
La dimensione tattile
La dimensione tattile è una parte fondamentale del progetto. Non si toccano direttamente le opere, naturalmente, ma lo spettatore è invitato a prendere in mano i piccoli contenitori che custodiscono le fragranze, a sentirne il peso, la temperatura, la consistenza. È un gesto semplice, ma trasforma la fruizione in una piccola performance individuale. Guardare non basta più: bisogna avvicinarsi, respirare, lasciarsi attraversare da ciò che l’opera trattiene.

Per Park, del resto, il momento più importante non coincide con la realizzazione dell’opera, ma con la sua condivisione. «Mi piace ogni fase del processo creativo – racconta – ma ciò che conta davvero è quando il lavoro viene condiviso. È il motivo per cui faccio arte. Attraverso questo posso entrare in connessione con gli altri». L’ultima sala della mostra introduce una dimensione retrospettiva attraverso la documentazione video di alcune performance come Mirror, Dream Wave e Internal Library – Memory. È qui che il percorso dell’artista si rivela nella sua continuità: dal sogno alla memoria, dalla partecipazione collettiva alla dimensione più intima e sensoriale che caratterizza Janhyang.
Gradara: amori maledetti e fiori
La scelta di Gradara assume inoltre un significato particolare. Il borgo marchigiano è universalmente noto per la storia di Paolo e Francesca, gli amanti resi immortali da Dante nel V canto dell’Inferno. Secondo la tradizione, proprio tra le mura della Rocca Francesca da Rimini e Paolo Malatesta furono scoperti e uccisi da Gianciotto Malatesta, trasformando Gradara in uno dei simboli dell’amore tragico nella letteratura occidentale. Park racconta di conoscere da tempo questa vicenda e di aver desiderato a lungo visitare il borgo. «Avevo sentito parlare di Gradara e della storia di Francesca. Ho sempre voluto venire qui. – racconta – Ricordo di aver letto l’Inferno di Dante quando ero giovane. La storia è davvero folle. Adoro questa città e mi sto godendo ogni momento trascorso qui».

C’è un altro dettaglio che l’artista porterà con sé da questa esperienza nelle Marche. Durante l’inaugurazione, ha raccontato di essere rimasta colpita dal profumo dei fiori incontrati al suo arrivo nel borgo. Un’impressione apparentemente semplice, ma significativa per chi ha costruito un’intera ricerca artistica sul rapporto tra odore e memoria. Come accade nelle sue opere, anche Gradara continuerà probabilmente a esistere con Bongsu Park sotto forma di fragranza, di eco, di janhyang.

La mostra si inserisce nella VI edizione di Gradara Contemporanea, rassegna che ogni anno porta nel borgo marchigiano artisti italiani e internazionali. Per l’artista coreana, però, questa esposizione rappresenta soprattutto un’occasione per condividere un lavoro nato da un lungo processo di riflessione personale e trasformarlo in un’esperienza aperta agli altri. Alla fine, ciò che resta della mostra è proprio questo: una traccia. Non soltanto quella delle piante sulla tela o del profumo custodito nei piccoli contenitori, ma quella più impalpabile che ogni visitatore porta via con sé. Un ricordo che non appartiene più soltanto all’artista, ma diventa condiviso, attraversato, risvegliato. Come un profumo che resta nell’aria dopo che qualcosa è già accaduto. Come un’eco che continua a vibrare anche quando il suono sembra finito.
Foto di Gilberto Urbinati
