Dal primo incontro a Venezia alla mostra al Museo d’Arte Orientale, Pier Paolo Scelsi racconta il lungo percorso che ha portato Keita Miyazaki tra arte contemporanea, ricerca e amicizia.
Non tutte le mostre nascono da un progetto curatoriale. Alcune prendono forma nel tempo, attraverso incontri, collaborazioni e relazioni che si consolidano negli anni. È il caso di From Water To Form, la personale di Keita Miyazaki ospitata al Museo d’Arte Orientale di Venezia fino al 13 settembre 2026, in concomitanza con la Biennale. A raccontarne il dietro le quinte è Pier Paolo Scelsi, tra i curatori del progetto insieme a Ilaria Cera e Riccardo Freddo. Per lui la mostra rappresenta il punto di arrivo di una storia iniziata quasi dieci anni fa, quando incontrò per la prima volta l’artista giapponese.
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«Keita Miyazaki racconta un filo conduttore che lega l’arte antica, l’arte giapponese del periodo Edo in questo specifico caso, con quella che è la capacità di costruire oggetti, di costruire storie tramite oggetti del contemporaneo», commenta. L’idea alla base dell’esposizione è quella di mettere in dialogo opere lontane nel tempo ma accomunate da una stessa tensione creativa. «Abbiamo cercato di mettere vicino e di far comunicare opere che apparentemente raccontano due mondi diversi, ma anche la stessa ritualità, lo stesso approccio, la stessa precisione, la stessa spiritualità che è propria dell’essere umano laddove va a costruire sia gli utensili che l’arte».
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Per Scelsi, infatti, arte e artigianato non sono categorie separate. «Sono due cose che coincidono. – precisa – I greci dicevano technè, cercavano di far coincidere il concetto in un’unica parola. In Keita troviamo entrambe le cose: la dimensione artistica, ma anche la dimensione della costruzione dell’oggetto in quanto tale».
Un rapporto nato dieci anni fa
La collaborazione con Miyazaki affonda le radici in un passato lontano. Il curatore ricorda ancora il primo incontro avvenuto a Venezia. «Il rapporto con Keita Miyazaki nasce ormai dieci anni fa, con la mostra che lui divise con Xiao Lu, artista cinese, qui a Venezia. Fu la seconda occasione con cui noi lavorammo con Galleria Rosenfeld e in cui noi come curatori – allora ci chiamavamo WAM, adesso siamo CREA – entrammo in contatto con il lavoro di Keita». Da allora il dialogo con l’artista non si è mai interrotto.

«È un lavoro che quindi risale a tanto tempo fa, ma che ha visto ripercorrere la ricerca di Keita e tenerla sempre accesa e sempre viva. Fino ad arrivare alle mostre a Villa Giulia, a Roma e a quella che abbiamo portato oggi a Venezia», racconta Scelsi. Un percorso che ha trovato nuova linfa grazie a CREA Open, il progetto internazionale promosso annualmente dall’associazione: «Ogni anno CREA Open chiama più di 5.000 artisti da tutto il mondo a titolo gratuito a raccontarci il loro lavoro. Due anni fa Keita fu il vincitore di questo contest».
La visione di Ian Rosenfeld
Nel racconto di Scelsi emerge anche il ruolo fondamentale della Galleria Rosenfeld e del suo fondatore Ian Rosenfeld, tra i primi a credere nel talento dell’artista giapponese: «La collaborazione con la Galleria Rosenfeld nasce quando la galleria era Rosenfeld Porcini, ormai una decade fa». Un rapporto professionale diventato negli anni anche umano. «Nasce da un’amicizia, nasce da incontrarsi soprattutto con il direttore, l’allora direttore Ian Rosenfeld, che ha sempre visto nell’Italia e in Venezia un forte legame, una forte possibilità per raccontarsi, per raccontare la sua professione e per raccontare i propri artisti».
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Secondo Scelsi, Miyazaki rappresenta in modo esemplare questa lunga ricerca: «Keita è forse l’artista che più rappresenta la storia di ricerca di Ian». Una convinzione costruita anche attraverso le difficoltà: «Fu scoperto da Ian e fu portato ad avere visibilità, palcoscenico, a volte anche con insistenza, a volte anche con difficoltà, ma con sempre in testa l’idea che chi fa il nostro lavoro fa ricerca e che quindi in quello in cui si crede bisogna insistere». Per questo, conclude, la mostra veneziana non è soltanto una vicenda artistica: «È una storia molto affettiva, più che artistica, è la storia di persone più che di opere».
Una curatela a più voci
La mostra è stata costruita attraverso un lavoro condiviso tra i tre curatori, ciascuno con competenze e sensibilità differenti: «Lavorare a sei mani – dice – è sempre un lavoro di gruppo, quindi ognuno ha portato il proprio intervento». Un processo che Scelsi descrive con una metafora semplice: «Abbiamo lavorato facendo alla fine un’insalata e condendola, quindi cercando di portare ciascuno le proprie esperienze, le proprie capacità, che convergessero e poi dessero luogo a una mostra».
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Il risultato è un percorso espositivo che mette in relazione il Giappone contemporaneo di Keita Miyazaki con la straordinaria collezione di arte giapponese del periodo Edo custodita dal Museo d’Arte Orientale di Venezia, costruendo un dialogo tra passato e presente attraverso la materia, il gesto e il tempo.