Al Museo d’Arte Orientale di Venezia le opere di Keita Miyazaki entrano in dialogo con una delle più importanti collezioni giapponesi d’Europa. La direttrice Marta Boscolo Marchi racconta il progetto.
«Nel Giappone antico non esisteva la distinzione tra belle arti e arti minori». È da questa osservazione che Marta Boscolo Marchi, direttrice del Museo d’Arte Orientale di Venezia, invita a leggere la mostra di Keita Miyazaki, ospitata nelle sale di Ca’ Pesaro in concomitanza con la Biennale. Un progetto che mette in relazione la ricerca contemporanea dell’artista giapponese con una collezione che conserva importanti testimonianze dell’arte nipponica del periodo Edo.
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«La collezione del Museo d’Arte Orientale di Venezia ospita opere giapponesi soprattutto del periodo Edo, quindi dal 1603 al 1868, oltre a una sala dedicata all’arte cinese e una al Sud-Est asiatico», spiega Boscolo Marchi. «Quello che si è voluto fare con il progetto di Keita Miyazaki – continua – è mettere in dialogo la produzione del periodo Edo con la contemporaneità e valorizzare proprio gli aspetti della dimensione artigianale e del fare. Una tradizione che dai secoli precedenti arriva fino a oggi, naturalmente in una veste rinnovata e contemporanea».
Keita Miyazaki al Museo d’Arte Orientale di Venezia
Secondo la direttrice, l’inserimento delle opere dell’artista all’interno del percorso museale è avvenuto con una naturalezza sorprendente: «Le opere di Keita Miyazaki hanno trovato un connubio speciale. Si sono innestate in maniera quasi naturale nell’allestimento del museo, che inaugura nel 1928 e che conserva ancora parte delle sue strutture storicizzate. Nello stesso tempo dialogano perfettamente con le opere della collezione».

Un incontro che il visitatore percepisce fin dall’ingresso. «La prima opera che si incontra è questa esplosione di colori collocata accanto a un drago in bronzo giapponese del periodo Meiji. – racconta la Direttrice – Si crea uno straordinario dialogo tra il bronzo storico e queste parti metalliche che poi fioriscono nella leggerezza della carta. È un intreccio continuo di spunti e riletture che coinvolge sia l’esperienza più antica sia quella contemporanea».
Arte contemporanea e tradizione giapponese a confronto
Per Boscolo Marchi il valore del progetto risiede anche nella capacità di restituire un aspetto fondamentale della cultura giapponese: l’assenza di una rigida gerarchia tra arti maggiori e arti applicate. «Abbiamo già ospitato artisti come Fujiko Enami e Ushio Konishi e ci ha sempre colpito la loro capacità di mettere in dialogo tradizioni diverse. – commenta – Questa attenzione al fare è molto importante perché nella tradizione giapponese antica non esisteva la distinzione che abbiamo sviluppato in Occidente tra belle arti e arti minori». Una differenza culturale profonda che emerge anche nella lingua.

«La parola Bijutsu, che oggi traduciamo come belle arti, nasce solo con l’arrivo degli occidentali e con l’apertura del Giappone dopo un lungo periodo di isolamento. Prima non esisteva questa separazione. – precisa – Un capolavoro in lacca, un dipinto o una calligrafia erano considerati sullo stesso piano. Ed è proprio questa visione che continua a interessarci e che guardiamo con attenzione quando scegliamo progetti come quello di Keita Miyazaki».
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In questa prospettiva, la mostra non rappresenta soltanto un incontro tra passato e presente, ma anche una riflessione sul valore dell’artigianato come forma d’arte. Un tema che attraversa tanto le opere contemporanee di Miyazaki quanto i capolavori custoditi nelle sale del museo veneziano, dimostrando come il dialogo tra epoche diverse possa ancora generare nuove letture e significati.