All’Avani Rio Novo Venice Hotel di Venezia la mostra ‘Cinema Reloaded: Mosaic Visions’ trasforma il mosaico in un’esperienza tra cinema e cultura pop.

L’arte del mosaico torna a Venezia, spogliandosi tuttavia delle istanze sacrali e dei linguaggi aulici che lo hanno caratterizzato per secoli. Nelle opere di Emanuele Sari, veneziano di nascita, aureole e sacralità incorniciano piuttosto personaggi (considerati) imperfetti, reali e decisamente poco santi. Da Deadpool a Derek Zoolander e Hansel McDonald, icone pop sospese tra cinema e cultura contemporanea: il fil rouge che interessa Sari non è tanto l’iconicità quanto una genuina autoironia spesso giudicata negativamente dalla società in cui viviamo. Ed è lì che il processo di nobilitazione dell’artista compie un giro di 180 gradi, rendendo sacro il profano. O viceversa.

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Una delle opere preferite da Sari tra quelle della sua produzione è, ad esempio, una Moana Pozzi con l’aureola. «In realtà non voglio dissacrare le chiese. – racconta Sari – In quel caso volevo far notare che non è giusto giudicare le persone dal lavoro che fanno. Moana, al di là dell’aspetto fisico, era una persona speciale». Una preferenza che racconta bene la «fervida mente» dell’artista – per citarlo – e come i suoi mondi convivano tra tradizione e avanguardia. È questo anche il cuore di Cinema Reloaded: Mosaic Visions, la nuova mostra inaugurata negli spazi dell’Avani Rio Novo Venice Hotel in collaborazione con Cris Contini Contemporary, che fino al 25 ottobre trasforma l’hotel veneziano in un percorso immersivo tra mosaico contemporaneo, cinema e cultura pop.

Il mosaico contemporaneo di Emanuele Sari tra sacro e profano

«È stato un processo casuale. – racconta Sari ripercorrendo l’inizio della sua carriera – Ho cominciato il mosaico non come carriera artistica, ma come lavoro vero e proprio, da artigiano. Circa venticinque anni fa ho sentito l’esigenza di lavorare in proprio perché non sopportavo l’idea di avere orari stabiliti da qualcun altro. Sono a Venezia, avevo conoscenze a Murano, avevo conosciuto una famosa artista del mosaico di Ravenna e ho pensato: se imparo il mosaico posso camparci. E così è stato».

Per i primi anni il mosaico è soprattutto tecnica, artigianato, design: «Ho fatto per i primi dieci anni oggetti di design, come gli specchi. Poi, un po’ alla volta, ho capito che potevo usare il mosaico, che è talmente bello, anche per esprimere delle idee. Ricordo che il primo mosaico che ho fatto era orribile, ma è stato subito comprato. Da lì sono migliorato: più cresceva la tecnica, più crescevano le idee». Un percorso che oggi incontra perfettamente Venezia, città dove il mosaico è ovunque eppure, secondo l’artista, raramente viene riletto in chiave davvero contemporanea. «Siamo nella città del mosaico, al pari di Ravenna. – dice Sari – Abbiamo in mente San Marco, ma per qualche motivo qui non si parlava più davvero di quest’arte. Forse perché il mosaico è difficile e costoso da produrre. Io credo di averlo riportato a Venezia».

Le icone pop del mosaico

Ed è proprio la rilettura contemporanea di quest’arte storica a colpire quando si entra negli spazi dell’hotel. I mosaici di Sari non cercano l’eleganza immobile della decorazione: giocano con l’ironia, con il kitsch, con il cinema, con la cultura pop e con il linguaggio visivo dei social. Vetri di Murano, foglie d’oro, marmo, resine, cemento, colle e persino bigiotteria convivono nella stessa superficie, creando immagini che cambiano continuamente a seconda della luce e della distanza.

Tra le opere in mostra più rappresentative di questa produzione così ricca e sperimentale c’è Frida, Frida Kahlo riletta (anche) attraverso l’intelligenza artificiale e in una fusione suggestiva di piani materici. «Ho chiesto all’IA di farmi un mash up tra Frida Kahlo e Salma Hayek e da lì è nato questo mosaico. – racconta Sari – Mi piace tantissimo perché è un tema ricorrente nella mia produzione, ma ogni volta viene fuori in modo completamente diverso. Quasi come se parlasse. In questo caso penso che ci sia più da guardare che da spiegare». L’opera, osservata da vicino, sembra quasi esplodere matericamente: «Il viso e il vestito sono fatti in mosaico vero e proprio, i capelli invece sono scolpiti nella colla. Poi c’è della bigiotteria, il fondo è una specie di cemento. È un mix contemporaneo».

Tecnologia e immaginario pop

Il rapporto con l’intelligenza artificiale, strumentale in Frida, torna prepotentemente in Brothers in Arm, una delle opere preferite del mosaicista veneziano. Nata dal disegno di un artista inglese che lavora proprio con l’IA, rivela un approccio tutt’altro che apocalittico verso le nuove tecnologie. Sari riflette così sul passaggio tra digitale e materia: «Gli ho scritto dicendogli: questo disegno mi piace tantissimo, ti va se trasformiamo qualcosa che non esiste in qualcosa che si può toccare davvero? E lui mi ha detto di sì. Alla fine l’intelligenza artificiale, trattata nel modo giusto, può essere anche utile».

Tra i lavori citati con più affetto dall’artista c’è anche un mosaico dedicato a Zoolander, in realtà un trittico: Derek, Hansel e un servizio fotografico, poi diventato anche un video firmato da Il Grande Flagello. «Ho amato tantissimo sia il risultato sia l’idea di trasformare questi personaggi in un’opera d’arte», dice il mosaicista. Ma il mosaico, per Sari, resta soprattutto una questione di percezione. «Il modo migliore di vedere il mosaico non è da vicino, ma guardandolo con disattenzione. – commenta – A volte, quando ci lavori troppo vicino, l’occhio non riesce più a sintetizzare». Ed è forse proprio questo uno degli aspetti più interessanti della mostra: il fatto che le opere convivano con uno spazio attraversato continuamente da persone che arrivano, fanno check-in, parlano, mangiano, trascinano valigie e si fermano improvvisamente davanti a un mosaico.

Il mosaico come esperienza visiva all’Avani Rio Novo Venice Hotel

Anche questa percezione è quasi unica nella poetica di Emanuele Sari, per il quale l’arte vive di sensazioni più che di contemplazione. «Non avevo mai esposto in un hotel. – ammette – È una sensazione bellissima vedere gli sguardi della gente. Alcuni magari non se ne accorgono neanche, altri invece rimangono colpiti e restano lì. Quando si aprono gli ascensori e ti trovi davanti le opere è quasi una sorpresa».

Una direzione condivisa anche dal management dell’Avani Rio Novo Venice Hotel, che da tre anni porta avanti un percorso di apertura culturale verso la città. «Non volevamo una cosa statica o già vista. – spiega Stefano Botteon, General Manager – Volevamo qualcosa di azzardato, capace di proporre un punto di vista diverso, proprio come il nostro albergo vuole proporre un’esperienza diversa del soggiorno».

L’hotel, situato nel cuore del sestiere di Dorsoduro, non offre solo ospitalità: attraverso esperienze immersive come laboratori artigianali sul vetro di Murano, atelier di legno delle bricole e masterclass culinarie sullo spritz, il tiramisù e il tramezzino veneziano, i visitatori possono entrare in contatto con la cultura e le tradizioni veneziane in maniera diretta e originale. «Ci interessava creare uno spazio sociale, aperto, dove le persone possano entrare anche solo per vedere qualcosa», aggiunge Botteon.

La collaborazione tra Cris Contini Contemporary e Avani Rio Venice

La collaborazione con Cris Contini Contemporary, iniziata tre anni fa con la mostra dell’artista ENDLESS, ha aperto la strada a questa nuova avventura. «All’epoca, Sari non era ancora pronto ad affrontare Venezia, una realtà artistica complessa. Esporre in un hotel piuttosto che in una galleria è un passo difficile, con un pubblico internazionale e più diffidente. Oggi però è il momento perfetto. – spiega Fulvio Granocchia – Lui entra nella tradizione del mosaico veneziano in punta di piedi, ma in modo dirompente».

Le opere esposte, che attraversano miti, cinema e cultura pop, confermano il percorso audace dell’artista: da Made in Italy, dedicata a Monica Bellucci nel celebre ruolo di Malèna, a Brigitte Bardot, la già citata Frida, May the Force, The Saints are Coming, All We Need is Love, AI Messiah e Brothers in Arm. Ogni mosaico racconta una storia diversa, frammentata come un fotogramma, giocando con materiali tradizionali e contemporanei, luce, colore e movimento. «Ogni pezzo è un’esperienza da vivere. – conferma Sari – Il modo migliore di vederli è con la coda dell’occhio, lasciando che la materia e le immagini ti sorprendano».

Foto: Ufficio Stampa

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