A Roma la nuova mostra dell’artista cubano tra Piranesi, piante carnivore e architetture sospese tra rovina e tensione.

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Tra piante carnivore che invadono edifici in rovina, città sospese tra equilibrio e minaccia e un dialogo ideale con Giovanni Battista Piranesi, Carlos Garaicoa arriva a Roma con una nuova mostra che trasforma l’architettura in una riflessione politica sul presente.

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Si intitola I giardini di Piranesi la personale concepita appositamente per la sede romana di Galleria Continua all’interno del The St. Regis Rome. In esposizione una nuova serie di disegni, acquerelli, dipinti e la grande installazione Contrapeso (Ciudad Plomada), composta da piccoli pesi metallici simili a edifici e da contrappesi in ottone sospesi nello spazio, in una tensione continua tra gravità e instabilità.

Carlos Garaicoa e il dialogo con Piranesi

Al centro della ricerca di Garaicoa torna ancora una volta la città: un organismo attraversato da memoria, trasformazione, ferite e possibilità future. L’artista cubano, che vive tra L’Avana e Madrid, osserva da anni l’architettura come luogo politico e umano, intrecciando urbanistica, filosofia, storia e letteratura.

Il dialogo con Giovanni Battista Piranesi accompagna Garaicoa da decenni. L’artista racconta di essersi avvicinato profondamente alla sua opera nel 2006, durante una mostra alla Calcografia Nazionale di Roma, rimanendo colpito da una pratica molto precisa dell’incisore veneziano: tornare sulle stesse immagini a distanza di anni, modificandole e trasformandole nel tempo. «Questa cosa mi ha sempre affascinato molto. – racconta – Quando sei giovane pensi che il lavoro debba convincere subito gli altri. Poi col tempo cambia tutto: devi convincere prima di tutto te stesso. E il giudizio che un artista ha della propria opera diventa più forte di quello esterno».

L’architettura come luogo di pensiero

Per Garaicoa il tempo diventa quindi parte integrante del processo creativo: «Con gli anni inizi a cercare dentro il lavoro cose che avevi dimenticato. Le riflessioni erano già lì, ma non erano ancora sviluppate». L’Italia, poi, occupa un ruolo centrale nella sua formazione artistica. L’artista ricorda una lunga residenza in Umbria nel 1997 come un momento decisivo della propria ricerca.

«È stato qui che ho iniziato a lavorare sui disegni legati alle piante architettoniche. – spiega – Più che l’architettura in sé, mi ha colpito il pensiero rinascimentale: capire l’architettura come luogo di pensiero e non soltanto di espressione». Da Piero della Francesca a Michelangelo, fino a Bernini e Borromini, Roma e l’Italia diventano così riferimenti costanti nella sua pratica artistica. «L’arte è uno spazio molto libero per mettere idee e riflettere. – aggiunge – Non solo una sperimentazione formale, ma anche una sperimentazione filosofica».

Fulcro della mostra è una nuova serie di opere in cui gigantesche piante carnivore e velenose invadono edifici decadenti. La vegetazione smette di essere semplice elemento decorativo e diventa una presenza aggressiva, quasi politica, che mette in crisi l’idea stessa di controllo urbano. «Mi interessava l’idea di una pianta carnivora che cresce fino a mettere in pericolo la città. – racconta Garaicoa – C’è qualcosa di ironico e surreale in tutto questo, ma allo stesso tempo parla profondamente dell’oggi». Dietro queste immagini si nasconde infatti una riflessione molto dura sul presente. L’artista parla apertamente di un mondo segnato dalla violenza, dalla guerra e dall’incapacità politica.

La fragilità contemporanea tra guerra e rovina

«Viviamo in un mondo assolutamente violentato. – afferma – Guardiamo l’Ucraina, guardiamo Gaza: le città sono diventate luoghi di caos e di violenza assoluta. E tutto questo è stato generato dall’uomo». Per questo motivo Garaicoa rifiuta qualsiasi idea romantica dell’utopia. «Non mi interessa il sogno. – spiega – Mi interessa la capacità dell’arte di parlare della nostra fragilità, della possibilità concreta di sparire anche a causa della nostra stessa inazione».

Anche il giardino, elemento centrale del titolo della mostra, perde qualsiasi dimensione idilliaca. Per l’artista diventa piuttosto un artificio urbano nato dalla nostalgia di una natura perduta. «Le grandi città hanno nostalgia del paradiso perduto. – racconta – Il giardino è un luogo artificiale creato dall’uomo per ricordarsi qualcosa che non possiede più».

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In questo equilibrio instabile tra rovina, vegetazione e architettura si inserisce Contrapeso (Ciudad Plomada), installazione che immagina una città sospesa tra sogno e collasso. Una visione che richiama le celebri carceri piranesiane ma che, nel lavoro di Garaicoa, diventa soprattutto allegoria delle tensioni contemporanee: città fragili, pesanti, attraversate da conflitti politici, ecologici ed esistenziali.

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