A San Gimignano il filosofo racconta il significato di ‘What Holds Us’, la nuova monumentale mostra di Antony Gormley tra corpo urbano, merci e scultura politica.
A San Gimignano, tra le mura di Galleria Continua, Antony Gormley – più che un’esposizione – ha costruito una vera e propria città. O meglio: un corpo urbano. Con What Holds Us – fino al 13 settembre – il celebre scultore britannico ha trasformato l’ex cinema-teatro della galleria in un gigantesco labirinto fatto di cartone, cemento, ferro, terracotta e pietra. In questo dedalo di torri e sculture, il visitatore non è più spettatore, ma presenza fisica dentro l’opera. A riflettere sul significato della mostra è anche il filosofo Emanuele Coccia, che il 10 maggio ha dialogato con Antony Gormley in un talk organizzato da Galleria Continua.
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Dopo il talk, durante la nostra chiacchierata, Coccia ha poi definito What Holds Us «una delle più importanti mostre che Antony ha realizzato negli ultimi anni». «È la prima in assoluto credo in cui la sua scultura si apre alla questione della città o del corpo urbano inteso come uno spazio in distinzione tra il corpo individuale e il corpo collettivo. – spiega il filosofo – È importante ed interessante da un punto di vista semplicemente di storia dell’arte, perché è un tentativo di radicalizzare la relazione, che da sempre esiste nell’opera di Antony, tra sculture e architettura».
What Holds Us trasforma San Gimignano in un corpo urbano
Il cuore della mostra è infatti Innercity (2026), una monumentale installazione site-specific composta da quindici giganteschi edifici corporei in cartone, che occupano interamente lo spazio principale della galleria. Una struttura che, secondo Coccia, supera il concetto stesso di scultura come oggetto da osservare. «In questo caso è la scultura che produce una città – dice – proprio quasi a voler sottolineare il fatto che il nostro corpo non è distinguibile dal corpo collettivo e che non c’è uno spazio che ci circonda: lo spazio che ci circonda non è altro che un’estroflessione del nostro corpo individuale».

Ed è qui che l’arte di Gormley, secondo il filosofo, assume un valore profondamente politico: «La scultura quindi ha un valore politico immediato, non è un esercizio decorativo, non è una riflessione sullo spazio: è una riflessione su come intrecciare i corpi». C’è poi un elemento centrale che rende What Holds Us particolarmente contemporanea: il cartone. Il materiale scelto da Gormley non è casuale. Il comunicato della mostra lo collega esplicitamente agli imballaggi utilizzati da Amazon per spedire miliardi di pacchi nel mondo. E Coccia approfondisce ulteriormente questo aspetto.
Il cartone diventa architettura e spazio di gioco
«Antony riprende un’idea che era stata anche di molte avanguardie del design radicale negli anni Settanta in Italia. – rivela il filosofo – La città oggi è molto meno una collezione di edifici e molto più il risultato della circolazione degli oggetti e delle merci». Da qui nasce la scelta del cartone, che per Coccia contiene un’ambiguità potentissima. «Il cartone è il materiale utilizzato da Amazon per spedire i propri pacchi, quindi c’è sicuramente un elemento critico nei confronti della società di consumo. – osserva – Però è anche un rovesciamento di questo elemento critico, perché è un modo per dire molto letteralmente che, da questa città costruita attraverso le merci, è possibile costruire uno spazio di gioco».
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Ed è proprio il gioco a diventare una delle chiavi di lettura più sorprendenti della mostra. Per attraversare Innercity, infatti, il pubblico è costretto a cambiare postura, a piegarsi, a muoversi quasi come un bambino: «Quest’opera presuppone che il visitatore si metta a carponi. Diventi un po’ un bimbo che scopre come il corpo collettivo si costruisce attorno a lui o dentro di lui».
Per attraversare Innercity bisogna tornare bambini
Una dimensione quasi infantile che si intreccia però a una riflessione molto profonda sul corpo umano, da sempre centrale nella ricerca di Gormley. «L’arte di Antony Gormley è importante nella storia dell’arte contemporanea perché segna un superamento del modello del minimalismo statunitense. – afferma Coccia – La scultura diventa una riflessione davvero su che cosa significa avere un corpo e che cosa significa vivere in un corpo».

Per il filosofo, il corpo umano è prima di tutto uno spazio vuoto. «Se ci pensiamo – riflette – avere un corpo significa che c’è sempre uno spazio dentro lo spazio, che è questo arcipelago di cavità che noi dobbiamo costruire, riempire e svuotare. In fondo il nostro corpo è fatto di stomaco, intestino, cioè di vuoti che si riempiono e che si svuotano».
«La scultura coincide con il respiro della nostra esistenza»
E allora la scultura, conclude Coccia, smette di essere qualcosa di statico. Diventa respiro, relazione, presenza condivisa. «La scultura coincide con il respiro della nostra esistenza. – osserva – Ed è bellissimo, perché in fondo ci dice che questo respiro non è mai un atto individuale, ma un atto in cui si intrecciano le vite di tutti noi».
Foto: Antony Gormley, INNERCITY, 2026, cardboard, 15 figures, variable dimensions. Courtesy: the artist and GALLERIA CONTINUA, Copyright: © the Artist Photo: Ela Bialkowska, OKNO Studio.