Tra performance, improvvisazione e grandi disegni realizzati dal vivo, Nikhil Chopra trasforma il fuoco, il suono e l’errore in materia artistica. A San Gimignano, da Galleria Continua, l’artista presenta ‘EMBERS / BRACI’ insieme al musicista Uriel Barthélémi.

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Un disegno che prende forma mentre il suono invade lo spazio. La batteria e il suo ritmo che sembrano scandire il tratto stesso dell’artista. E ancora il carbone, il gesto, l’errore, perfino la stanchezza che entrano nell’opera come elementi vivi della composizione. Per Nikhil Chopra la performance non è mai pura rappresentazione: è un organismo fragile e vitale che si costruisce attraverso il processo stesso.

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Lo si comprende osservandolo all’opera sotto l’Arco dei Becci di San Gimignano, negli spazi di Galleria Continua, dove l’artista presenta EMBERS / BRACI, in mostra fino al 13 settembre. Nel giorno dell’inaugurazione, Chopra – insieme al musicista e compositore Uriel Barthélémi – ha dato vita a una nuova performance dal vivo, realizzando grandi disegni immersivi davanti al pubblico. Del resto, gran parte delle opere esposte nasce proprio dalla traccia lasciata da azioni performative precedenti, tra cui Fire x Fire – Ignition e Fire x Fire – Combustion, presentate a La POP e alla Monnaie de Paris nell’autunno del 2024.

Nikhil Chopra e Uriel Barthélémi: un dialogo creativo

È proprio nel rapporto con Barthélémi che la pratica di Chopra sembra trovare una nuova dimensione. «Ho visto Uriel esibirsi per la prima volta alla Biennale di Sharjah nel 2014 ed è stato amore a prima vista. – racconta l’artista – Sono rimasto colpito non solo dalla sua energia e dalla sua tecnica, ma anche dal modo in cui comprendeva il ruolo del suono nello spazio e nella performance». Da quell’incontro nasce un dialogo creativo costruito su ritmo, improvvisazione e reazione reciproca. «Anche quando lavoravo nel silenzio, ho sempre pensato alle mie performance in termini ritmici, come a un battito che cresce lentamente d’intensità. – continua Nikhil Chopra – Persino il respiro per me ha sempre avuto una dimensione ritmica».

La collaborazione con Barthélémi, spiega Chopra, va dunque al di là dell’apporto di una semplice colonna sonora: è un processo vivo di scambio continuo. «Quando abbiamo iniziato a lavorare insieme nel nostro studio, abbiamo trovato immediatamente una forte chimica, un dialogo rapido e reattivo che avveniva nel presente. – spiega l’artista – Era come vedere due musicisti jazz suonare insieme: forse io porto la melodia e lui il ritmo». Da qui nasce anche una riflessione sul suono come materiale artistico: «Mi interessa l’idea del suono come elemento effimero, qualcosa che esiste nel tempo. E credo che questo dialoghi perfettamente con la natura temporanea della performance, anche quando sto disegnando. Esiste una relazione tra il disegnare e il suonare la batteria: c’è qualcosa di profondamente percussivo nel gesto del tracciare un segno».

Il fuoco

Come ci ferisce il fuoco? Come ci conforta? Siamo fatti di fango, acqua, aria e fuoco? Sono queste le domande che sembrano attraversare la ricerca artistica di Nikhil Chopra. Nei suoi grandi disegni — montagne che ricordano paesaggi reali, ma i cui profili appartengono soprattutto all’immaginazione — il nero profondo del carbone viene improvvisamente attraversato dal rosso vivo di fiamme, lava e combustioni. Il fuoco, però, nelle opere di Chopra non è mai soltanto un elemento visivo o simbolico: è una forza che trasforma, consuma, mette in crisi.

«Il fuoco per me è tutto ciò che il fuoco è sempre stato. – racconta l’artista – È ciò che ci distingue come creature su questo pianeta ed è parte del nostro successo. Forse, però, sarà anche parte del nostro fallimento». Chopra riflette sul rapporto che l’essere umano ha costruito con gli elementi naturali — terra, aria, acqua e fuoco — concentrandosi soprattutto sul potere ambiguo di quest’ultimo: elemento di sopravvivenza, ma anche strumento di controllo e dominio.

Tra cultura e mito

C’è ovviamente una componente culturale, mai scevra da una riflessione politica («È una problematica – dice l’artista – che vediamo anche con la memoria collettiva: se succede qualcosa in una comunità, viene subito politicizzato»). Nella cultura indiana, spiega, il fuoco è legato persino al passaggio tra la vita e la morte: «Quando moriamo veniamo cremati. Il fuoco diventa un portale, un passaggio da un mondo all’altro». Nello stesso tempo, l’immaginario è attraversato anche da questioni politiche e sociali: «Nel mito indiano la dea Sita deve attraversare il fuoco per dimostrare la propria purezza. Ed è interessante notare come questa prova venga quasi sempre imposta alle donne e non agli uomini». Una riflessione che resta sullo sfondo delle opere di Chopra, senza trasformarsi in una lettura univoca o didascalica.

Più che al simbolismo del fuoco, Chopra sembra quindi interessato al modo in cui continuiamo a dipendere da esso, nel passato e nel presente. «Oggi in India viviamo una crisi del gas e ci ritroviamo improvvisamente incapaci persino di cucinare. – osserva – Questo ci riporta al fatto che siamo diventati totalmente dipendenti dal nostro rapporto con il fuoco, con l’energia e con la luce. Ed è anche attraverso questa dipendenza che il mondo ci controlla». In EMBERS / BRACI, allora, la combustione non è soltanto memoria o rito: diventa il riflesso di una fragilità collettiva contemporanea.

Improvvisazione e fallimento

In questa riflessione sulla caducità della nostra collettività e in questo confronto continuo tra passato e presente, Nikhil Chopra fa del processo stesso il vero cuore della propria arte. «Le crisi fanno parte di ogni progetto artistico», ci racconta. L’errore e il fallimento non sono dunque elementi esterni alla ricerca, ma componenti strutturali dell’opera stessa. È anche per questo che Chopra rifiuta l’idea della performance come qualcosa di rigidamente costruito o perfettamente controllabile.

«Non mi interessa pensarla come teatro. – spiega – Mi interessa piuttosto l’idea di uno spazio vivo, uno spazio performativo». Se da una parte esiste una traccia, una direzione iniziale, dall’altra il momento dal vivo resta per lui impossibile da replicare completamente. «Ho una sorta di mappa del percorso, ma è il viaggio stesso a determinare davvero l’esperienza», precisa. Ed è proprio lì che entra in gioco l’improvvisazione.

«Le condizioni diventano il lavoro stesso»

Durante la performance, infatti, Chopra lascia spazio agli imprevisti, trasformandoli in parte integrante del lavoro: «Ci sono tantissimi fattori sconosciuti che invito dentro la performance. Che aspetto avrà il disegno? Come reagirò al suono? Cosa succede se faccio un disastro? Se mi taglio un dito? Se mi resta troppo disegno da finire e ho soltanto venti minuti per completarlo?». Domande che, invece di interrompere il processo creativo, finiscono per alimentarlo.

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«L’improvvisazione mi permette di accogliere queste condizioni invece di resistergli. – continua l’artista – Non devo più combatterle. Diventano il lavoro stesso». In questo spazio aperto e vulnerabile, la performance smette di essere una dimostrazione tecnica e si trasforma in un attraversamento reale del presente, dove ogni scelta creativa nasce da una situazione di crisi, di adattamento o di rischio. Ed è forse qui che si trova il centro più profondo della ricerca di Chopra: nell’idea che l’arte non serva a dominare il caos, ma ad abitarlo. «L’improvvisazione e l’incontro casuale sono fondamentali. – conclude – Perché questa, in fondo, è la vita».

Servizio di Matteo Raffaelli

Foto: Nikhil Chopra and Uriel Barthélémi, EMBERS / BRACI, 2026, 3hours performance-installation (Galleria Continua /SanGimignano), Courtesy of the artist and GALLERIA CONTINUA,©️Francesco Raco.

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