Cellulosa, manioca, carta riciclata e residui organici: nel Padiglione della Guinea Equatoriale alla Biennale di Venezia 2026, l’artista paraguayana Ingrid Seall presenta ‘Manar’, un’opera che riflette sul legame tra corpo, natura e memoria ancestrale.

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Dal Paraguay alla Guinea Equatoriale, passando per Venezia e per una delle più grandi riserve d’acqua dolce del pianeta. Alla 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, l’artista paraguayana Ingrid Seall presenta Manar, un’opera verticale che attraversa i temi della memoria ancestrale, della natura e della trasformazione, all’interno del Padiglione della Repubblica della Guinea Equatoriale a Palazzo Donà dalle Rose.

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Per la prima volta nella sua storia presente nella programmazione ufficiale della Biennale, il Padiglione della Guinea Equatoriale porta in scena The Forest: The Undergrowth, un percorso espositivo che trasforma il sottobosco in metafora dell’inconscio e dello spazio di relazione tra visibile e invisibile. In questo ecosistema simbolico fatto di sculture, installazioni e materia organica, Manar si inserisce come una presenza viva, quasi un organismo in crescita.

Manar, l’opera di Ingrid Seall alla Biennale di Venezia

«Manar significa germogliare, emergere, nascere in abbondanza. È una parola che richiama l’idea della natura che cresce. – racconta Seall – Quest’opera è nata anni fa, all’interno di un percorso di ricerca sulle origini della mia cultura ancestrale e sul legame con la natura nel presente». L’opera prende forma attraverso materiali naturali e di recupero: ferro riciclato, carta, cellulosa, cartone proveniente dall’industria della moda, impasto di manioca, argilla, cera d’api e residui organici. Una scelta che non è solamente estetica, ma profondamente politica e simbolica.

«La struttura è realizzata in ferro, anch’esso materiale riciclato, e successivamente ricoperta da strati di carta e cartone riciclati provenienti dall’industria della moda, materiali che avevo vicino a me mentre lavoravo nel mio studio a Milano. – spiega l’artista – Tutti questi elementi vengono assemblati con una colla ottenuta dalla buccia di manioca, un materiale naturale molto utilizzato nel mio Paese. Anche questa scelta nasce dal desiderio di rafforzare l’idea del riutilizzo e della trasformazione dei materiali».

I piedi sulla Terra come gesto politico e spirituale

Il gesto artistico nasce da un dettaglio preciso: i piedi. Sono infatti l’unica parte chiaramente riconoscibile dell’anatomia umana all’interno dell’opera, che poi si dissolve progressivamente in forme astratte e organiche.

«L’opera nasce come un segno della nostra presenza sulla Terra e della nostra connessione più profonda con essa. Tutto parte da queste forme umane dei piedi, che poi si trasformano in qualcosa di più organico, fino a unirsi a forme astratte». Per Seall, avere «i piedi sulla terra» oggi è una necessità urgente, quasi una riconnessione fisica e spirituale con il pianeta. «Siamo troppo isolati – precisa – e non parlo soltanto di un isolamento concettuale o razionale. Anche le scarpe di gomma che indossiamo e le case in cui viviamo ci separano fisicamente dal terreno. Non stiamo più entrando davvero in contatto con la Terra».

L’Acquifero Guaraní e ciò che resta nascosto sotto i piedi

Il dialogo con il Padiglione della Guinea Equatoriale nasce anche da una riflessione condivisa sulla colonizzazione e sulle sue conseguenze culturali. «Per me aveva molto senso dialogare non solo con questa nazione, ma anche con il fatto che sia il Paraguay sia la Guinea Equatoriale abbiano vissuto una continua trasformazione legata alla colonizzazione, un processo che abbiamo subito e che ancora oggi stiamo rielaborando», dice l’artista.

Il titolo della mostra, The Forest: The Undergrowth, entra così in connessione diretta con il lavoro dell’artista e con il paesaggio naturale del Paraguay. «Per me – spiega Seall – ciò che emerge dalla terra, dalla mia terra paraguayana, è una natura assolutamente rigogliosa, ma anche un tesoro enorme, guardando sia al passato delle culture ancestrali sia al futuro. Sotto i nostri piedi abbiamo infatti una ricchezza incalcolabile: l’Acquifero Guaraní, una delle più grandi riserve di acqua dolce potabile del pianeta». Un patrimonio invisibile che diventa simbolo di una responsabilità collettiva: «Credo che attraverso l’arte si possa rendere visibile ciò che normalmente resta nascosto sotto terra, sotto i nostri piedi».

Una visione del mondo da reimparare

Nata ad Asunción nel 1975 e discendente da immigrati tedeschi e spagnoli, Ingrid Seall costruisce da anni una ricerca che intreccia scultura, movimento e identità culturale. Bronzo, ceramica, ferro, cartapesta, argilla e fibra di vetro diventano strumenti per esplorare la trasformazione del corpo e della materia. Una visione che oggi si amplia in un discorso globale.

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«Essere paraguayana al cento per cento, ma avere anche origini tedesche e spagnole, mi rende ancora più consapevole della responsabilità di parlare di questi temi a livello globale. – conclude – In tedesco esiste il termine Weltanschauung, che significa visione del mondo. Noi abbiamo uno sguardo sul mondo molto particolare, proprio grazie al nostro contatto ancora vivo con la natura. E penso che oggi dovremmo cogliere l’occasione per reimparare qualcosa che abbiamo lasciato indietro».

Foto di Olivia Rainaldi

Revenews