A poco più di un mese dall’apertura della Biennale Arte 2026, una lettera firmata da 73 artisti e curatori coinvolti nella mostra principale ‘In Minor Keys’ chiede l’esclusione di Stati Uniti, Russia e Israele dalla manifestazione.

Mancano ancora poche settimane all’apertura della 61esima edizione della Biennale Arte di Venezia, ma il clima intorno alla mostra internazionale è già esplosivo. Nelle ultime ore, 73 tra artisti e curatori invitati a partecipare alla mostra principale In Minor Keys hanno firmato una lettera urgente per chiedere l’esclusione di Stati Uniti, Russia e Israele dalla Biennale Arte 2026.

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Si tratta della presa di posizione più pesante emersa finora. Sia per il numero di firme, sia perché coinvolge direttamente persone chiamate a partecipare all’esposizione ideata da Koyo Kouoh, scomparsa improvvisamente nel maggio 2025. Tra i firmatari compaiono infatti anche tre dei cinque curatori che hanno lavorato accanto a Kouoh per portare avanti il progetto dopo la sua morte: Rasha Salti, Gabe Beckhurst Feijoo e Rory Tsapayi.

Perché gli artisti chiedono l’esclusione di Israele, Russia e Stati Uniti

Nel documento, i firmatari spiegano di voler portare avanti una pratica «decoloniale, antirazzista e per i diritti umani». E contestano la presenza alla Biennale di Paesi che ritengono responsabili di crimini di guerra, atrocità e repressioni.

La polemica parte soprattutto dalla decisione di ospitare il padiglione israeliano all’Arsenale, in spazi adiacenti alla mostra principale In Minor Keys. Secondo gli artisti, questa scelta entrerebbe in contrasto con la visione curatoriale di Kouoh, basata sui concetti di solidarietà radicale, ascolto e dignità umana. Nella lettera si sostiene anche che la presenza del padiglione israeliano comporterebbe un aumento delle misure di sicurezza. E, quindi, un clima di «violenza e paura» negli spazi espositivi.

Rispetto agli appelli precedenti, tuttavia, questa volta la richiesta si allarga anche a Russia e Stati Uniti. I firmatari sostengono che i principi invocati dalla Biennale nel 2022, quando la Russia venne esclusa dopo l’invasione dell’Ucraina, dovrebbero oggi valere anche per altri Paesi coinvolti in guerre o accuse di violazioni dei diritti umani. «Esiste una soglia oltre la quale la partecipazione alla Biennale non dovrebbe essere considerata normale», si legge nella lettera.

Chi sono i firmatari della lettera

Tra i nomi più noti che hanno aderito all’appello ci sono Alfredo Jaar, Zoe Leonard, Pio Abad, Tabita Rezaire, Walid Raad, Guadalupe Maravilla e il collettivo fierce pussy. Alcuni hanno scelto di firmare in forma anonima. Nel testo più volte appare la stessa Kouoh e la sua idea di una Biennale capace di «salvaguardare la dignità di tutti gli esseri viventi». Proprio per questo, secondo i firmatari, permettere la partecipazione di governi accusati di crimini di guerra non sarebbe una posizione neutrale, ma una presa di posizione implicita.

La Biennale non commenta, ma cresce la pressione internazionale

Per ora la Biennale, presieduta da Pietrangelo Buttafuoco, non ha commentato la lettera. Negli ultimi mesi, però, l’istituzione veneziana è già stata travolta dalle polemiche per la possibile riammissione della Russia, contestata da oltre 20 Paesi europei e dalla Commissione Europea.

Bruxelles ha già minacciato di sospendere o revocare circa 2 milioni di euro di finanziamenti se la Russia tornerà ufficialmente alla Biennale 2026. Anche il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha ordinato un’istruttoria sul padiglione russo per verificare il rispetto delle sanzioni internazionali.

A poco più di un mese dall’apertura del 9 maggio, la Biennale Arte 2026 rischia di diventare molto più di una mostra. Appare come un campo di battaglia simbolico in cui il confine tra arte, diplomazia e politica appare sempre più sottile.

Foto: Shutterstock

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