Archie Moore conquista il Leone d’Oro con un’installazione che riscrive 65000 anni di storia indigena sul muro di un padiglione.
Immaginate di entrare in una stanza dalle pareti nere, ricoperte da una scrittura bianca fitta, infinita, che sale fino al soffitto. Non è una decorazione ma bensì un albero genealogico. 65000 anni di storia di legami parentali, tracciati a mano con il gesso uno ad uno. kith and kin di Archie Moore è un vasto murale che ripercorre i legami kamilaroi e bigambul dell’artista, un’opera che ha conquistato il Leone d’Oro per la migliore partecipazione nazionale alla 60esima Biennale di Venezia.
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Chi è Archie Moore
Artista australiano di etnia kamilaroi e bigambul, Archie Moore appartiene alle comunità delle Prime Nazioni. La sua pratica artistica esplora da anni i temi dell’identità indigena, della memoria collettiva e dell’eredità coloniale. kith and kin – espressione inglese che indica l’insieme di amici e parenti, le persone che ci appartengono – è il risultato di mesi di lavoro certosino all’interno del Padiglione Australia ai Giardini, curato da Ellie Buttrose.
Cos’è kith and kin
Il murale copre interamente le pareti e il soffitto del padiglione: oltre 2400 generazioni, ricostruite attraverso anni di ricerca di archivio, intrecciano la genealogia privata dell’artista con quella delle sue comunità di appartenenza. I vuoti nel testo non sono errori: segnalano i momenti di rottura imposta dalla colonizzazione. Invasioni, massacri, epidemia, esodi forzati; storie cancellate, che il silenzio racconta meglio di qualsiasi parola.
Al centro del padiglione, una vasca di acqua riflettente. Tutt’ intorno, pile di documenti dattiloscritti: i rapporti medico-legali che documentano la morte di centinaia di aborigeni in custodia della polizia dal 1991 ad oggi. I nomi sono cancellati. Alcuni dei fascicoli riguardano direttamente la famiglia di Moore.
Perché ha vinto il Leone d’Oro
La giuria internazionale della Biennale, presieduta da Julia Bryan-Wilson, ha motivato il premio riconoscendo nell’opera «una forte estetica, un lirismo e un’invocazione per na perdita condivisa di un passato occluso», sottolineando che l’installazione offre «un barlume alla possibilità di recupero».
È la prima volta nella storia della Biennale di Venezia che un artista australiano, e soprattutto un artista delle Prime Nazioni, viene insignito con questo riconoscimento. In un’edizione che ha scelto di guardare verso chi è stato a lungo escluso dalla narrazione ufficiale dell’arte, kith and kin dimostra con forza che quei margini hanno molto da dirci.
Vale la pena fermasi a lungo in questo padiglione. Non aspettatevi spettacolarità ma il silenzio, e lasciate che faccia il suo lavoro.