Dal 14 gennaio, Will Smith accompagna il pubblico in un viaggio spettacolare alla scoperta del pianeta con la nuova serie originale di National Geographic Dal Polo Sud al Polo Nord con Will Smith, in arrivo su Disney+ (e su Hulu negli Stati Uniti). Realizzata in cinque anni e composta da sette episodi, la docuserie segue Smith attraverso tutti e sette i continenti: dai ghiacci dell’Antartide alle giungle dell’Amazzonia, dalle montagne dell’Himalaya ai deserti africani, dalle isole del Pacifico fino agli iceberg dell’Artico. Spinto dalle grandi domande della vita e dal ricordo del suo mentore scomparso, Will affronta sfide estreme per 100 giorni, affiancato da scienziati, esploratori ed esperti locali.
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L’episodio conclusivo, ambientato al Polo Nord, è anche il più pericoloso: un’immersione sotto il ghiaccio per raccogliere campioni scientifici unici insieme all’ecologa polare Allison Wong. Tra tempeste di neve e guasti tecnici, la missione mette alla prova non solo il corpo, ma anche il significato stesso di resilienza, fallimento e collaborazione. L’abbiamo intervistata per farci raccontare cosa significa studiare il cuore dell’Artico oggi.
Allison Wong: il Polo Nord raccontato in Dal Polo Sud al Polo Nord con Will Smith
Nell’episodio ambientato al Polo Nord ti vediamo affrontare condizioni estreme per immergerti sotto il ghiaccio e raccogliere campioni fondamentali. Dal tuo punto di vista di ecologa polare, cosa rende questo tipo di ricerca così urgente oggi rispetto anche solo a dieci anni fa?
«Il Polo Nord è una posizione geografica definita da latitudine e longitudine. Fa parte dell’Oceano Artico ed è stato spesso, almeno storicamente, coperto dal ghiaccio marino. Quello che stiamo osservando nell’ultimo decennio – e in modo ancora più evidente negli ultimi quarant’anni – è una riduzione significativa del ghiaccio marino artico.
Man mano che assistiamo alla perdita di ghiaccio in queste aree critiche, ci troviamo a correre contro il tempo per studiare quegli ecosistemi. Ed è sempre estremamente complesso analizzare un ecosistema quando si ha la consapevolezza che stia cambiando potenzialmente più velocemente di quanto sia possibile misurarlo. Più velocemente di quanto si riesca a sintetizzare i dati: prima osservare, poi rielaborare le osservazioni raccolte e infine arrivare a una comprensione delle funzioni e dei processi dell’ecosistema».
Allison Wong al Polo Nord: perché oggi la ricerca è urgente
È una corsa contro il tempo, in parte?
«Sì, il processo richiede tempo: il tempo dell’indagine scientifica, dell’analisi, della ri-analisi, della formulazione delle conclusioni, lasciando che siano i dati stessi a raccontare la loro storia. È un percorso lungo. Ciò che noi scienziati al lavoro nelle regioni polari affrontiamo è proprio questo: operare in un ambiente e su processi che stanno cambiando potenzialmente molto più rapidamente di quanto riusciamo a valutarli e documentarli.
Per questo direi che il lavoro che vediamo in Pole to Pole è oggi più cruciale rispetto al passato. Sappiamo che questi ecosistemi stanno attraversando condizioni ambientali che probabilmente non avevano mai sperimentato prima, certamente non con una velocità di cambiamento simile. Il nostro lavoro – e il nostro obiettivo – è cercare di catturare sia una comprensione di base di questi ecosistemi sia il modo in cui possono rispondere a tali cambiamenti e condizioni, e cosa possiamo aspettarci in termini di alterazioni ecologiche dovute alla perdita del ghiaccio marino e ad altri processi legati al cambiamento climatico globale».
Fitoplancton e ghiaccio marino: perché la vita esiste anche nell’Artico
Nel corso dell’episodio affermi che il fitoplancton è il motivo per cui la vita esiste sulla Terra. Puoi spiegarci perché studiarlo al Polo Nord è così importante, non solo per comprendere il cambiamento climatico ma per l’equilibrio globale del pianeta?
«Il Polo Nord è un simbolo iconico: rappresenta letteralmente la cima del mondo. È un luogo che la maggior parte delle persone percepisce come remoto, lontano, freddo. Un luogo quasi astratto nel nostro immaginario quotidiano, ma comunque riconoscibile e comprensibile. Ed è proprio da qui che parte il nostro racconto. Quello che cerchiamo di fare è riportare al centro l’attenzione sui processi fondamentali degli ecosistemi, come la fotosintesi, la produzione di ossigeno e la capacità di sequestrare anidride carbonica da parte di organismi come il fitoplancton.
Nell’episodio di Pole to Pole utilizziamo il Polo Nord come cornice narrativa: un luogo familiare nel racconto, ma non necessariamente un ambiente reale, per rendere questi processi comprensibili e vicini al pubblico. In questo modo vogliamo far capire che il Polo Nord non è solo un posto in cima al pianeta fatto di ghiaccio, freddo e apparente desolazione. È anche un luogo popolato da organismi viventi che contribuiscono attivamente ai meccanismi climatici regionali e globali. Ed è sorprendente poterli osservare in azione proprio in quello che viene spesso immaginato come un ambiente sterile. Mi piace sempre ricordare che il ghiaccio marino può sembrare bianco e gelido, ma per moltissimi piccoli organismi rappresenta un habitat straordinario. È un luogo incredibile in cui vivere, e queste forme di vita si sono evolute e adattate nel corso di migliaia e migliaia di anni, diventando vere specialiste nello sfruttare questo ambiente».
Il ghiaccio vivo
Il ghiaccio, in breve, è vivo.
«In questo senso, sì. È una componente fondamentale di un ecosistema polare unico, presente quasi esclusivamente nell’Oceano Antartico a sud e nell’Oceano Artico a nord. Ed è per questo che, in Pole to Pole, l’episodio dedicato al Polo Nord e al fitoplancton è così importante: perché aiuta a riconoscere che la vita è ovunque sul nostro pianeta e che svolge un ruolo essenziale nel renderlo abitabile».
Will Smith e la divulgazione: rendere accessibili ecosistemi e scienza
In Pole to Pole vediamo Will Smith viaggiare in ogni angolo del pianeta. Da scienziata, com’è stato lavorare con lui e quanto è importante per te comunicare temi complessi come gli ecosistemi polari a un pubblico così ampio?
«Sì, Pole to Pole è un progetto davvero straordinario. Quando sono stata contattata per la prima volta per partecipare come scienziata e per prendere parte a un episodio dedicato all’Oceano Artico, non avevo pienamente compreso la portata e la scala di quello che Pole to Pole sarebbe stato come serie e come programma. Devo ammettere che, all’inizio, sono stata un po’ ingenua nel valutare cosa avrebbe significato il mio contributo.
Ora però, dopo anni di lavoro insieme a Will, al suo team e alla squadra di produzione di Utopia, posso dire che, dal punto di vista scientifico, questa è un’opportunità incredibile. E incredibile non è nemmeno una parola sufficiente per descriverla. Va oltre qualsiasi cosa io abbia mai vissuto o potuto sperare per il mio lavoro scientifico, soprattutto in termini di esposizione a un pubblico vasto e di possibilità di coinvolgimento su temi complessi».
Non sono temi semplici da spiegare.
«Penso che a molte persone piaccia l’idea della scienza e che siano curiose nei suoi confronti, ma credo anche che possa risultare facilmente travolgente quando si entra nella complessità del funzionamento del nostro pianeta: termini difficili, concetti poco familiari, processi complicati che non sempre riusciamo a raccontare in modo chiaro e accessibile. Il mio obiettivo è sempre stato quello di prendere questi concetti complessi, scomporli e renderli comprensibili, digeribili e concreti per chi vuole semplicemente capire un po’ meglio il mio lavoro, i luoghi che studio e il motivo per cui mi occupo di certi aspetti dell’ambiente e degli ecosistemi».
La scienza per tutti
In questo, Will Smith rappresenta comunque una soglia più mainstream.
«Lavorare con Will Smith in Pole to Pole ci offre una piattaforma e un palcoscenico per invitare le persone a entrare in questo racconto e dire: Sei curioso di questo luogo del mondo? Ne hai sentito parlare, ti sei fatto delle domande? Vieni con noi, guardalo da vicino, sii curioso insieme a noi e scopri cosa sta succedendo lì, perché è importante e magari scopri anche cosa puoi fare, nel tuo piccolo, per agire. Ed è questo l’aspetto davvero speciale del progetto.
Per quanto riguarda il lavoro con Will, non avevo mai collaborato con una figura pubblica di un calibro simile. È una persona straordinaria: lavorare con lui è stato un piacere, pieno di momenti di leggerezza e risate. È una persona carismatica, piena di energia, e questa vitalità la trasmette ovunque vada, soprattutto quando è entusiasta di un progetto, quando incontra nuove persone e sperimenta cose nuove. Ho percepito molto del suo calore, della sua apertura e della sua gioia, e ho cercato di restituirli al meglio, perché a mia volta ero profondamente felice e, in un certo senso, travolta dall’esperienza. Nel modo migliore possibile».
Pole to Pole: una serie speciale
Hai sentito un po’ il peso della responsabilità?
«Essere coinvolta in qualcosa che può avere un impatto reale, che ha un potenziale così grande, è un sentimento allo stesso tempo umile e profondamente ispirante. È stato così per settimane di preparazione, durante il lavoro sul campo e poi nel riportare i campioni in laboratorio. C’è stato un lungo percorso fatto di un continuo senso di scopo, di gratitudine per la visibilità e per la piattaforma offerta, ma anche di una gioia autentica all’idea che le persone possano imparare qualcosa sull’Oceano Artico, sugli ecosistemi polari, sulla complessità della fotosintesi e del fitoplancton.
Sapere che questo tema, centrale per il lavoro di molte persone, riceverà finalmente l’attenzione e il riconoscimento che merita, in modo così ampio e pubblico, mi rende immensamente felice. Spero solo di esserne all’altezza. Sarò per sempre grata a Will, a National Geographic e a Disney per avermi dato l’opportunità di partecipare e di condividere lo stupore per il nostro pianeta.
Spero davvero che il pubblico apprezzi il nostro episodio e l’intera serie, e che possa conoscere Will non solo nella sua dimensione più iconica, comica e carismatica, ma anche in quella che spesso dimentichiamo e che in realtà appartiene a tutti noi: quella del bambino curioso, della persona che vuole capire cosa succede intorno a sé, che scopre o riscopre il mondo con occhi nuovi. È questa la vera magia: scoprire il mondo, rimettere in discussione ciò che pensiamo di sapere e, in questo processo, riscoprire anche qualcosa di noi stessi. Ed è questo che rende Pole to Pole così speciale».
Fallimento e incertezza: cosa significa fare ricerca sul campo
Qual è il ruolo, o l’importanza, di mostrare il fallimento, l’incertezza e la pazienza, e come questi elementi emergono nell’episodio di Pole to Pole?
«Eravamo in condizioni estremamente difficili, cosa del tutto prevedibile considerando che ci trovavamo nel cuore dell’Oceano Artico. Le condizioni meteorologiche cambiano molto rapidamente e sono dure fin dall’inizio. Sapevamo quindi che avremmo dovuto lavorare all’interno di finestre temporali limitate, in cui il meteo fosse compatibile con la sicurezza delle immersioni sotto il ghiaccio e con la permanenza sulla banchisa. Credo sia importante ricordare che anche solo stare sul ghiaccio, senza considerare l’immersione, è già di per sé qualcosa che va valutato in modo estremamente rigoroso e continuo, per garantire la sicurezza propria e del team durante l’intera giornata. E quando dico giornata, intendo letteralmente ora per ora.
La scienza si basa sul mettere alla prova le idee. Significa porsi delle domande e cercare risposte. E molto spesso, durante gli esperimenti e il lavoro sul campo, si fallisce. Il fallimento è una componente frequente del processo scientifico. Le storie di successo esistono, certo, ma per ogni risultato scientifico raggiunto, per ogni scoperta o traguardo, ci sono moltissimi più tentativi falliti che riusciti. Per questo, come scienziati, bisogna imparare a sentirsi a proprio agio — se così si può dire, perché il fallimento genera sempre disagio — con l’idea del fallimento stesso. È necessario diventare progressivamente più capaci di accettarlo».
Accettare il fallimento
È interessante che nella serie abbiate mostrato proprio questo.
«Naturalmente, credo che uno degli aspetti più complessi che stiamo mostrando sia proprio l’incertezza che accompagna il lavoro sul campo, soprattutto quando si cerca di portare avanti una ricerca scientifica estremamente complessa in un ambiente tradizionalmente e convenzionalmente ostile. Un ambiente che, per certi versi, è anche prevedibile: sappiamo che cambia continuamente, ma non abbiamo alcun controllo su questi cambiamenti.
Accettare l’incertezza, avere pazienza e riconoscere qual è il proprio ruolo — come scienziati ma anche come esseri umani — rispetto all’ambiente che si sta cercando di comprendere e studiare è fondamentale. Ed è per questo che trovo molto importante che abbiano deciso di mostrarlo in modo così diretto e umano: sì, il nostro primo tentativo non è andato a buon fine. Ed è stato doloroso. Per me lo è stato davvero, perché dietro c’era molto più di quello che si vede sullo schermo».
Lezioni fondamentali della scienza
Cosa si pensi in quei momenti?
«In quel momento nella mia testa passava tutto: il tempo, lo sforzo, i sacrifici fatti, tutto ciò che avevo rimandato per poter essere lì. E allo stesso tempo dovevo fare i conti con l’idea che non avremmo ottenuto ciò che ci eravamo prefissati. Accettarlo è probabilmente l’altra faccia del fallimento: rimettere in discussione, riorganizzarsi e dirsi va bene, non è andata così. E adesso cosa facciamo?.
In scienza, porsi questa domanda è spesso la cosa più importante. Significa passare dalla sensazione di non essere riusciti, di aver fallito, a quella di poter dire: abbiamo un altro giorno, un’altra possibilità di portare avanti il nostro lavoro. Fallimento, incertezza e pazienza sono anche questo: il modo in cui si riesce a rigenerare entusiasmo, ottimismo, determinazione e motivazione per andare avanti. È una lezione fondamentale nella scienza, ma anche in molte altre attività della vita. E credo sia molto potente mostrarla, anche se significa esporsi e fallire su un palcoscenico così grande».
Droni, riprese subacquee e storytelling: quando la scienza diventa esperienza visiva
La serie utilizza droni, riprese subacquee e tecnologie avanzate per mostrare ambienti che pochissime persone vedranno mai dal vivo. Pensi che questi strumenti stiano cambiando il modo in cui percepiamo la natura, trasformando la ricerca scientifica in una nuova forma di racconto visivo, quasi artistico?
«La tecnologia straordinaria utilizzata per raccontare luoghi come l’Alto Artico e altri territori estremamente remoti e difficili da raggiungere rappresenta un progresso enorme. Non solo dal punto di vista tecnico, naturalmente, ma anche per la nostra capacità di vedere cose che, senza questi strumenti, forse non potremmo mai osservare.
Credo che questo segni davvero un nuovo capitolo, un nuovo modo di mostrare e di esplorare — anche per noi stessi — il modo in cui guardiamo il mondo. È qualcosa di molto potente. Il mio desiderio è quello di realizzare sempre più lavori immersivi, capaci di immergere letteralmente le persone in uno spazio, trasmettendo sensazioni e coinvolgendo tutti i sensi, non solo la vista. Far vivere al pubblico cosa significa trovarsi, per esempio, al Polo Nord».
Tecnologia ma anche e soprattutto esperienza
E in Pole to Pole qual è stato il valore aggiunto?
«In Pole to Pole è stato fatto un investimento enorme per portare sullo schermo le immagini più coinvolgenti e di altissima qualità in ogni luogo visitato, così che il pubblico potesse percepirne davvero la vastità, ma anche avere una comprensione chiara della realtà di questi ambienti. Will riesce a raccontare in modo straordinario ciò che prova in prima persona, ed è un aspetto fondamentale, perché per chi ha visitato questi luoghi molte volte, è facile dimenticare quanto possano risultare alieni e lontani per chi non li ha mai visti.
Avvicinare queste sensazioni allo spettatore è probabilmente uno degli elementi più potenti dell’intera serie. Il racconto visivo è qualcosa di straordinario: per tutta la storia dell’umanità siamo stati narratori visivi. È uno dei modi principali con cui abbiamo comunicato informazioni importanti e idee complesse nel corso della civiltà, e continuerà a esserlo. Sfruttare gli strumenti a nostra disposizione per permettere alle persone di vivere la natura, comprendere l’ambiente e capire quale sia il loro posto all’interno degli ecosistemi è la direzione verso cui stiamo andando.
Detto questo, rimane comunque uno strumento interposto tra noi e l’esperienza diretta dell’ambiente. Per questo continuo a incoraggiare tutti a uscire all’aperto, anche solo nel proprio giardino o per le strade della propria città. Nulla può sostituire l’esperienza diretta dell’essere umani, dotati di sensi, immersi nel mondo che ci circonda, capaci di riflettere su ciò che viviamo e sul nostro ruolo in esso. Il racconto visivo aiuta moltissimo ed è un modo estremamente efficace per raccontare storie scientifiche complesse. Spero davvero che funzioni, che il pubblico apprezzi i racconti che abbiamo costruito. E che si entusiasmi non solo per la scienza e per gli ecosistemi, ma anche per il fitoplancton».
Foto: National Geographic/Freddie Claire