Cosa accade alla memoria nell’era dell’intelligenza artificiale? Al MEET di Milano la new media art taiwanese. Ce la racconta il curatore Hsin-Chien Huang.

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2030: Collective Resonance. Human, AI, Rituals and Virtual Memory. È questo il titolo completo della mostra che il MEET Digital Culture Center di Milano ospita dal 16 settembre al 25 ottobre prossimi. Mostra che pone al centro una domanda che riguarda molto da vicino il nostro presente: che cosa accade alla memoria quando la tecnologia non si limita più a conservarla, ma contribuisce a selezionarla, interpretarla e persino a generare nuove versioni del passato?

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Sotto la curatela di Hsin-Chien Huang, tredici artisti della scena contemporanea della new media art taiwanese esplorano realtà virtuale e intelligenza artificiale attraverso opere immersive e narrazioni interattive. A differenza, però, di quanto si potrebbe pensare, il punto di partenza non è la tecnologia in sé. Ma il modo in cui questa modifica il rapporto con ciò che ricordiamo, con le storie che ereditiamo e con quelle che rischiano invece di diventare invisibili.

Huang MEET
Courtesy of the artist via Ufficio Stampa

Da qui il concetto di Collective Resonance, che dà il titolo al progetto e indica questo spazio di relazione. In esso si incontrano memorie individuali e collettive, corpi, immagini, algoritmi e pratiche culturali in un continuo confronto che produce nuove interpretazioni. La cultura, in questa prospettiva, non è un archivio immobile da proteggere, bensì qualcosa che torna a vivere ogni volta che viene attraversato, condiviso e reinterpretato.

Il percorso si sviluppa attraverso tre direttrici – Memory as Portal, Ritual as Technology, Digital Skins and Future Bodies – e accompagna il pubblico dalla memoria intesa come soglia immersiva alla dimensione rituale. Fino alle possibili identità del futuro, tra avatar, intelligenza artificiale e corpi digitali. Ce ne parla il curatore in questa nostra intervista.

La mostra parte da una domanda affascinante, ovvero che cosa accade alla memoria quando iniziano a intervenire gli algoritmi. Secondo lei, l’intelligenza artificiale conserva il passato o inevitabilmente lo riscrive?

«Vedo conservazione e riscrittura non come opposti, ma come parti dello stesso processo. La memoria non è mai stata una riproduzione completa del passato; ogni atto del ricordare implica una selezione e una ricostruzione. Dalle tradizioni orali agli archivi digitali, ogni tecnologia della memoria modifica ciò che preserviamo, ciò che dimentichiamo e il modo in cui reinterpretiamo il passato.

Gli algoritmi introducono un nuovo cambiamento. Non si limitano a conservare informazioni: selezionano, classificano, collegano, interpretano e persino generano memoria. L’intelligenza artificiale generativa può produrre immagini, voci e narrazioni convincenti che non sono mai realmente esistite. L’archivio, quindi, contiene non solo tracce del passato, ma sempre più spesso anche versioni ricostruite di esso.

Tuttavia, non considero l’intelligenza artificiale una minaccia in sé. Può anche rendere la memoria culturale più accessibile, connessa e rintracciabile. Ciò che conta non è impedire che la memoria venga riscritta, ma rimanere consapevoli di come essa venga riscritta.

Il Sutra del Diamante afferma che tutti i fenomeni condizionati sono simili a sogni, illusioni, gocce di rugiada e lampi di luce. Per me, questo significa che ciò che appare stabile è in realtà sempre in formazione, in trasformazione e in dissoluzione. La memoria non fa eccezione.

La vera domanda, quindi, non è se l’intelligenza artificiale conservi o riscriva il passato. Come la nostra stessa memoria, fa entrambe le cose. Ciò che conta davvero è se continuiamo a essere consapevoli di ciò che ricordiamo, di ciò che dimentichiamo e di come noi stessi veniamo trasformati nel corso di questo processo».

Come nasce il concetto di Collective Resonance e come lo interpreta il percorso espositivo milanese?

«Il concetto di Risonanza Collettiva nasce da una domanda sulla conservazione della cultura: se la cultura viene trasformata in dati, immagini, testi e archivi, possiamo davvero dire che sia stata preservata? Io credo che la cultura rimanga viva quando le persone possono farne nuovamente esperienza, reinterpretarla e costruire con essa nuove relazioni.

Per me, la risonanza non significa fondere voci diverse in una sola. Si manifesta quando i ricordi e le percezioni delle persone entrano in relazione con la cultura, influenzandosi reciprocamente pur rimanendo distinti e generando nuovi significati. L’aggettivo “collettiva” indica che molte risonanze individuali possono verificarsi simultaneamente e sovrapporsi. Artisti, opere e visitatori portano ciascuno memorie differenti all’interno dello stesso spazio, contribuendo a formare una rete culturale più ampia.

A Milano non portiamo al MEET una definizione fissa di “Taiwan”. Portiamo memorie, rituali, esperienze incarnate e immaginari tecnologici provenienti da Taiwan, mettendoli in dialogo con Milano e con il suo pubblico. È in questo incontro che prende forma la Risonanza Collettiva: la cultura non viene trasmessa immutata, ma si rigenera attraverso ogni nuova esperienza e ogni nuovo incontro».

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Ha costruito gran parte della sua ricerca artistica attorno alla memoria personale, familiare e alla storia di Taiwan. Quanto la sua esperienza personale ha influenzato lo sguardo curatoriale di questa mostra?

«La mia esperienza personale ha influenzato profondamente la prospettiva curatoriale di questa mostra. Molte delle mie opere nascono da ricordi molto intimi. Esperienze del corpo, memorie familiari e i modi in cui una vita individuale si intreccia con la storia più ampia di Taiwan.

Nel corso degli anni, ho compreso quanto sia difficile separare la memoria personale da quella collettiva. Ciò che consideriamo come i nostri ricordi personali contiene spesso già le tracce della famiglia, della lingua, dell’educazione, luoghi e del tempo in cui viviamo. Per me, l’esperienza personale è il punto in cui la storia smette di essere un racconto astratto e diventa qualcosa che può essere percepito, vissuto e compreso.

Questo è diventato uno dei punti di partenza fondamentali della mostra. Piuttosto che costruire una versione unitaria della memoria di Taiwan, ho voluto che ogni artista partisse dalla propria esperienza vissuta. Dalla memoria del proprio territorio e dal proprio background culturale, generando differenti “increspature” e “risonanze”.

Per me, il passaggio dalla memoria personale a quella collettiva non significa far convergere ricordi diversi in una singola versione condivisa, ma permettere loro di entrare in relazione. Queste molteplici versioni preservano non solo la storia in sé, ma anche il modo in cui quella storia è stata vissuta, percepita e sentita dalle persone che l’hanno attraversata».

Uno dei tre assi del progetto è Memory as Portal. In che modo le tecnologie immersive possono trasformare la memoria da semplice archivio a esperienza da attraversare?

«Per me, un archivio tradizionale conserva le tracce della memoria: testi, immagini, suoni o oggetti. Noi rimaniamo all’esterno dell’archivio e lo osserviamo. Le tecnologie immersive offrono invece un’altra possibilità: entrare nello spazio della memoria, attraversarlo, compiere delle scelte, interagire ed esperirlo attraverso il corpo.

È questo che intendo con Memory as Portal (la memoria come portale). La memoria smette di essere semplicemente qualcosa che osserviamo o leggiamo e diventa un mondo nel quale possiamo entrare. Si tratta di un passaggio dallo storytelling allo storyliving: invece di ascoltare una storia raccontata da altri. Vi entriamo dentro, agiamo al suo interno, la percepiamo e ne costruiamo un’esperienza personale.

Spesso paragono questo processo a un videogioco. Un gioco può esistere integralmente all’interno di un hard disk, ma prende davvero vita soltanto quando qualcuno vi entra e lo gioca. La memoria culturale funziona in modo simile. Possiamo conservarne i dati e le forme, ma la sua vitalità nasce dal fatto che le persone vi accedano nuovamente, la sperimentino e costruiscano con essa nuove relazioni.

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Courtesy of the artist via Ufficio Stampa

Il vero potenziale delle tecnologie immersive, quindi, non consiste semplicemente nel ricostruire il passato in modo più realistico, ma nel trasformare la memoria da contenuto conservato a esperienza viva: qualcosa in cui possiamo entrare, che possiamo percepire e mettere in risonanza con il presente».

La mostra mette in relazione innovazione digitale e rituali, due dimensioni apparentemente lontane. Perché oggi possiamo considerare il rituale una forma di “tecnologia culturale”?

«Quando oggi parliamo di tecnologia, pensiamo generalmente a computer, intelligenza artificiale o media digitali. Io, però, intendo la tecnologia in un senso più ampio: come l’insieme dei metodi che permettono di preservare la conoscenza, trasmettere l’esperienza e mantenere vive le pratiche culturali. Da questa prospettiva, il rituale può essere considerato una delle più antiche tecnologie culturali dell’umanità.

Il santuario di Ise Jingū, in Giappone, offre un esempio particolarmente significativo. Ogni vent’anni il santuario viene ricostruito in un sito adiacente, secondo una tradizione che prosegue ininterrottamente da oltre 1.300 anni. Ciò che viene preservato non è un edificio antico mantenuto immutato nel tempo, bensì l’insieme delle competenze artigianali, delle conoscenze, dei rituali e della partecipazione necessari per ricrearlo.

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Courtesy of the artist via Ufficio Stampa

Il rituale, quindi, non conserva informazioni fisse, ma la capacità di “far accadere di nuovo” qualcosa. La tecnologia digitale eccelle nell’archiviare e trasmettere informazioni; il rituale ci ricorda invece che alcune memorie culturali possono sopravvivere solo attraverso i corpi, la pratica e la partecipazione, consentendo a ogni generazione di viverle direttamente e di ricrearle».

Qual è, secondo lei, l’elemento che rende la scena della new media art così interessante nel panorama artistico internazionale?

«Credo che l’arte si sia sempre confrontata con le forze che più profondamente plasmano la vita umana. In passato, la religione, la politica, le istituzioni sociali erano tra le forze dominanti che modellavano la società e, naturalmente, sono diventate temi centrali nella storia dell’arte. Oggi, la tecnologia è senza dubbio una delle forze più potenti nel trasformare il nostro mondo.

La tecnologia non sta cambiando soltanto gli strumenti che utilizziamo; sta rimodellando i nostri corpi, i nostri ricordi, le nostre identità, le nostre relazioni e persino la nostra comprensione della realtà. È quindi naturale che la new media art, che utilizza la tecnologia sia come mezzo espressivo sia come oggetto di riflessione, sia diventata una delle forme artistiche più significative del nostro tempo.

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Per me, l’importanza della new media art non risiede nell’uso della tecnologia più avanzata, ma nel suo collocarsi all’intersezione tra tecnologia e umanità, per interrogare, esperire e reimmaginare il futuro che stiamo creando».

Come può l’arte evitare che la tecnologia produca una memoria troppo uniforme, quasi semplificata o appiattita?

«Utilizzo il termine “Entropia Culturale” per descrivere una tendenza che mi preoccupa sempre di più. Non è necessario che la cultura venga cancellata per scomparire. Un dato può continuare a esistere e tuttavia diventare invisibile perché non può essere cercato, indicizzato o connesso. Se la nostra comprensione della cultura dipende sempre più da un numero ristretto di grandi sistemi di conoscenza, ciò che è più facile da trovare, collegare e riconoscere potrebbe gradualmente finire per rappresentare il tutto.

È qui che credo che l’arte possa svolgere un ruolo importante. L’arte può riportare alla luce ciò che tende a resistere alla semplificazione: i ricordi personali, le esperienze incarnate, i saperi locali, l’ambiguità e i diversi modi di vedere.

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Courtesy of the artist via Ufficio Stampa

Per me, la “risonanza” suggerisce un altro modello. Invece di ridurre queste differenze a un’unica versione, permette a molte piccole memorie ed esperienze di connettersi pur rimanendo distinte. Come increspature che si incontrano sulla superficie dell’acqua, possono formare una rete culturale più densa e più viva.

Questo è anche ciò che spero possa fare la mostra: non costruire un archivio completo o unificato, ma creare molte piccole increspature attraverso le quali memorie differenti possano continuare a incontrarsi».

Prendendo spunto da “Digital Skins and Future Bodies”, come immagina il rapporto tra corpo fisico e corpo digitale nel futuro: saranno due identità separate o parti della stessa esperienza?

«Non credo che il corpo fisico e quello digitale esisteranno come due entità completamente separate. In realtà, i nostri corpi digitali esistono già: attraverso le nostre identità sui social media, gli avatar nei mondi virtuali, le tracce digitali e i profili che gli algoritmi costruiscono su di noi. Influenzano già il modo in cui comprendiamo noi stessi e il modo in cui gli altri ci comprendono.

Per me, la questione più profonda non è quando il corpo fisico e quello digitale si “fonderanno”, ma se dovremmo davvero pensare al sé come a qualcosa dotato di confini fissi.

Quando rifletto sulla Risonanza Collettiva, vedo il corpo, gli altri, la memoria e il mondo come elementi che risuonano continuamente gli uni con gli altri. Ciò che siamo in un dato momento è una configurazione temporanea di queste relazioni. La tecnologia digitale aggiunge semplicemente un ulteriore livello a questo processo.

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Per questo motivo, “Digital Skins” non è semplicemente l’aspetto di un avatar, ma un’interfaccia in espansione tra il corpo e il mondo. Entriamo nei mondi digitali attraverso i nostri corpi fisici, mentre le esperienze digitali modellano a loro volta i nostri ricordi, le nostre identità, le nostre emozioni e persino le nostre esperienze corporee.

Forse la domanda del futuro non riguarda più dove finisca il corpo fisico e dove inizi quello digitale, ma come l’idea di “chi siamo” verrà ridefinita man mano che i due continueranno a trasformarsi reciprocamente».

Quale riflessione, o domanda, vuole suscitare in chi visita questa mostra?

«Spero che ogni visitatore lasci la mostra portando con sé un piccolo frammento di Taiwan. Forse un ricordo, una sensazione, una domanda o un’idea di Taiwan che non aveva mai immaginato prima. Queste piccole connessioni possono trasformarsi in increspature nella memoria e nell’immaginazione, tornando a risuonare in un momento futuro.

E se un giorno dovessero trasformarsi in una nuova comprensione, in nuove creazioni o in nuove connessioni con gli altri, allora la mostra continuerà a vivere».

2030: Collective Resonance. Human, AI, Rituals and Virtual Memory
MEET Digital Culture Center, Milano
Dal 16 settembre 2026 al 25 ottobre 2026
Curated by: Hsin-Chien Huan

Immagini Courtesy of the Artists da Ufficio Stampa

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