L’orecchio è l’occhio dell’Anima. Il nostro tempo ha bisogno di Profeti Culturali in grado di esprimere la lingua ignota, questa la grande missione del Padiglione della Santa Sede alla Biennale di Venezia 2026. Un evento che va oltre all’evento stesso. Un’opera corale, orchestrale che colloca il Vaticano come grande protagonista della biennale veneziana con un progetto ispirato alla figura di Ildegarda di Bingen. Una scheda dedicata all’evento sul nostro Revenews: “L’orecchio è l’occhio dell’anima”
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Padiglione della Santa Sede alla Biennale di Venezia 2026, un grande progetto dedicato al presente. Curato da Hans Ulrich Obrist e Ben Vickers, in collaborazione con Soundwalk Collective, Sviluppato in due sedi: Il Giardino Mistico dei Carmelitani Scalzi, Cannaregio Complesso di Santa Maria Ausiliatrice, Castello, il padiglione raccoglie oltre 20 artisti Alexander Kluge, Monache Benedettine dell’Abbazia di Santa Ildegarda di Bingen, Bhanu, Kapil, Brian Eno, Carminho, Caterina Barbieri, Devonté Hynes, FKA Twigs, Holly Herndon & Mat Dryhurst, Ilda David’, Jim Jarmusch, Kali Malone, Kazu Makino, Laraaji, Meredith Monk, Moor Mother, Otobong Nkanga, Patti Smith, Precious Okoyomon, Raúl Zurita, Soundwalk Collective, Suzanne Ciani, Tatiana Bilbao – Maio Architects – DOGMA, Terry Riley. Al centro un progetto sonoro che rimette in connessione l’essere umano con se stesso.

Per cercare di spiegare il progetto serve fare come sempre un discorso più ampio. Lo sappiamo, ci sono cose che il linguaggio non riesce a contenere. Non è un problema di vocabolario, né di grammatica. È qualcosa di più profondo: la sensazione che le parole, a un certo punto, si fermino prima di arrivare davvero al senso. È da qui che nasce la Lingua Ignota di Ildegarda di Bingen, e capirla significa entrare in una dimensione che oggi, paradossalmente, sentiamo molto vicina.
Siamo nel XII secolo, ma la scena è meno distante di quanto sembri. Ildegarda non è solo una monaca: è una compositrice, una visionaria, una figura che attraversa la spiritualità, la scienza, la scrittura. A un certo punto decide di fare qualcosa che non ha precedenti: inventa una lingua. Non una lingua da usare ogni giorno, non un sistema per comunicare meglio. Piuttosto un tentativo di dire ciò che il linguaggio comune non riesce a sostenere.

Questa lingua è fatta di circa mille parole, completamente nuove, senza radici evidenti. Parole che non derivano dal latino, ma che si inseriscono dentro frasi latine come elementi estranei. È una scelta strana, quasi disturbante. Leggendo quei testi, si ha la sensazione che qualcosa si inceppi. Ed è proprio lì che accade tutto.
Non è una lingua funzionale. Non serve a parlare tra persone, non è mai diventata uno strumento condiviso. È più simile a una frattura dentro il linguaggio. Come se Ildegarda avesse bisogno di aprire uno spazio nuovo, dove il senso non fosse immediato, ma da attraversare.
Quando si incontrano parole come Aigonz per indicare Dio o Zosime per indicare l’uomo, non si ha l’impressione di una semplice traduzione. Piuttosto di uno slittamento. Quelle parole non chiariscono, complicano. E proprio per questo funzionano. Perché spostano l’attenzione dal significato al suono, dalla definizione all’esperienza.
E qui entra in gioco un aspetto decisivo: Ildegarda è anche una compositrice. La sua musica non è decorativa, non accompagna. È costruita per essere attraversata, per creare uno stato. La Lingua Ignota sembra muoversi nello stesso territorio. Non è fatta per essere capita fino in fondo, ma per essere ascoltata. Anche quando è scritta.

Se ci si ferma un attimo su questo punto, diventa chiaro perché oggi questa figura stia tornando con forza. Il Padiglione della Santa Sede alla Biennale di Venezia 2026, The Ear is the Eye of the Soul, lavora esattamente su questo spostamento: dall’immagine al suono, dalla visione all’ascolto. Non è solo una scelta curatoriale, è una presa di posizione. In un contesto saturo di immagini, si decide di togliere qualcosa invece che aggiungere.
Ildegarda, in questo senso, è un riferimento perfetto. La sua lingua ignota è già un gesto contemporaneo: mette in crisi l’idea che il linguaggio serva solo a spiegare. Introduce invece la possibilità che il linguaggio apra, disorienti, rallenti.
Ed è forse questo il punto più interessante. Non si tratta di capire quella lingua. Non davvero. Si tratta di accettare che alcune cose non passino attraverso la chiarezza, ma attraverso un’altra forma di esperienza. Più vicina al suono, al tempo, alla percezione.
In fondo, la Lingua Ignota non è così lontana da noi. È solo un modo diverso di stare dentro le parole. O forse, di stare appena oltre.
Dentro il suono: il progetto del Vaticano alla Biennale 2026 tra Ildegarda e un nuovo modo di percepire
Ci sono progetti che si capiscono subito, e altri che chiedono di essere attraversati. Quello del Padiglione della Santa Sede alla Biennale di Venezia 2026 appartiene chiaramente alla seconda categoria. Non è una mostra da guardare, né un percorso da leggere. È qualcosa che si attiva solo quando si accetta di cambiare posizione, di uscire dal bisogno di capire tutto e iniziare, semplicemente, ad ascoltare.

L’idea di fondo è tanto semplice quanto radicale: superare l’immagine e superare il linguaggio. Non perché non siano importanti, ma perché a un certo punto diventano insufficienti. È qui che entra in gioco il riferimento a Ildegarda di Bingen, figura centrale del progetto. La sua Lingua Ignota nasce esattamente da questa frattura, ed è lo stesso punto da cui parte questo padiglione.
Il progetto si sviluppa come un’esperienza immersiva in cui il suono diventa il vero protagonista. Non ci sono opere da osservare nel senso tradizionale. C’è un ambiente, un giardino, attraversato da una composizione sonora che cambia continuamente. Il visitatore non segue un percorso lineare, ma si muove liberamente, e ogni movimento genera qualcosa. Il passo diventa un trigger, una variabile che attiva relazioni sonore sempre diverse. Non esiste una versione definitiva dell’opera, perché l’esperienza non si ripete mai allo stesso modo.
Questa dimensione dinamica è resa possibile anche da un sistema tecnologico che lavora in tempo reale. Una scultura, pensata come un’antenna, raccoglie dati ambientali: la luce, le vibrazioni delle piante, le condizioni atmosferiche. Tutto viene trasformato in informazione sonora, integrata nella composizione. Il risultato è che il giardino non è più solo uno spazio, ma entra a far parte dell’opera. Diventa, in modo molto concreto, un elemento dell’orchestra.

Il lavoro con gli artisti segue la stessa logica. Non c’è una struttura rigida, né una gerarchia evidente. Il progetto si costruisce attraverso incontri, conversazioni, sessioni condivise. Si parte da Ildegarda, dal suo immaginario, dalla sua idea di suono come esperienza spirituale, e da lì si sviluppa un processo collettivo. Le singole composizioni non sono pensate per esistere isolate, ma per mescolarsi tra loro, per creare un flusso continuo in cui diventa difficile distinguere dove finisce un intervento e dove ne inizia un altro.
La scelta degli artisti riflette questa apertura. Il progetto mette insieme figure molto diverse, anche per generazione. Da un lato nomi storici come Terry Riley e Patti Smith, dall’altro artisti più giovani che lavorano su linguaggio, tecnologia, codice e misticismo. Non è una semplice operazione curatoriale, ma un tentativo preciso di costruire un dialogo tra sensibilità differenti, unite da un interesse comune: il suono come spazio di esperienza.
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