I sotterranei di Cisternerne di Copenaghen si apprestano ad accogliere, dal prossimo 14 marzo, Marina Abramović e il suo progetto Seven Death di cui vi abbiamo parlato qui. Ma il 2026 non è solo l’anno che la vedrà protagonista nella capitale danese, è anche l’anno in cui l’artista di origine serba inaugurerà una personale nelle Gallerie dell’Accademia di Venezia, prima donna in vita ad esporvi una mostra monografica. Quale miglior modo per celebrare i suoi 80 anni di vita, di cui più della metà dedicati all’arte.
Figura di spicco della performance art, Marina Abramović ha costruito la sua carriera sfidando le convenzioni artistiche, i limiti fisici del corpo umano e le convenzioni sociali, posizionandosi al di fuori di qualunque schema sociale.
Marina Abramović: arte ribelle per scuoterci dal torpore
La sua arte è ribelle perché “disturbante” con un desiderio di scuotere lo spettatore facendolo uscire dalla propria zona di comfort. Spesso è estrema e provocatoria così da rompere gli stereotipi sociali per stimolare una nuova connessione diretta con lo spettatore in cui non ci sia alcuna mediazione.
Non esiste una tela, non esistono pennelli, concetti vecchi passivi e meramente estetici. Abramović usa il suo corpo come mezzo, messaggero, sottoponendolo a dolore resistenza o pericolo.
Il corpo come messaggero
In Italia arriva per la prima volta nel 1974 con la serie di performance Rhythm; a Napoli con Rhythm 0 su un tavolo pone 72 oggetti di piacere e dolore, che andavano da una rosa ad un profumo passando per delle catene ed una pistola con un proiettile. Oggetti che il pubblico era invitato ad usare su di lei. Così metteva in discussione la natura umana e sfidava gli spettatori a confrontarsi con la propria aggressività. Accanto ad essi le istruzioni:
«Ci sono 72 oggetti sul tavolo che possono essere usati su di me nel modo in cui desiderate. Io sono l’oggetto. Mi assumo completamente la responsabilità di quello che faccio. Durata: 6 ore (dalle 20:00 alle 2:00)».
La ribellione è una costante della sua vita: da giovane portò le scarpe maleodoranti di un barbone nella sua stanza per liberarsi della pulizia ossessiva della madre; comprese così il potere di questo nuovo strumento comunicativo.
Marina Abramović, dalle denunce sociali e politiche all’esplorazione dello spazio fisico e virtuale
Nella performance contro il “bello” Art must be beautiful, 1975, si feriva pettinandosi. Nel 1977 in Balkan Baroque, proponeva una cruda denuncia sociale di traumi politici e sociali attraverso il lavaggio di migliaia di ossa puzzolenti e insanguinate.
Performance che potevano durare ore, come una delle più celebri The artist is present realizzata al MoMa di New York nel 2010, in cui ribalta la tradizionale passività dello spettatore, invitandolo a diventare parte integrante ed emotiva dell’opera. Lei seduta in una sala del museo vestita di rosso, per 736 ore si è specchiata negli spettatori che si sedevano di fronte a lei, lasciando che le emozioni fluissero.
Nel 2019 con The Life, esplora e unisce lo spazio fisico e quello virtuale, immersivo. Con Rising invece, esplora la realtà virtuale e il cambiamento climatico con i visori VR indossati dai visitatori.
Negli ultimi anni le sue performance hanno approfondito il rapporto tra arte e spiritualità. È il caso di An Artist’s Life Manifesto (2020) dove esprime il suo concetto di vita, identità, memoria, corpo, spiritualità e la propria esperienza nella società. Con Estasi, 2023-2024 a Bergamo, si spinge verso il confine tra performance artistica e misticismo cristiano, ispirandosi alle visioni cristiane di Santa Teresa.
La sua arte è un’esperienza totalizzante, collocata tra i limiti del corpo, della mente e dell’interazione con il pubblico. Non ha mai smesso di oltrepassare i confini dimostrando che l’esperienza artistica è un viaggio interiore e una porta verso la trasformazione emotiva che ha cambiato per sempre il modo di concepire l’arte contemporanea.