Fino all’8 marzo 2026 al MAST di Bologna ventotto opere tra lightbox e grandi formati raccontano lavoro, marginalità e società contemporanea.

Va avanti fino all’8 marzo 2026, presso la Fondazione MAST di Bologna, Living, Working, Surviving, grande mostra dedicata a Jeff Wall (Vancouver, 1946), tra i più influenti fotografi contemporanei. Curata da Urs Stahel, l’esposizione riunisce ventotto opere realizzate tra il 1980 e il 2021, tra lightbox e stampe di grande formato a colori e in bianco e nero, provenienti da collezioni private e musei internazionali.

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Prima della chiusura della mostra sono diverse le attività collaterali che riguardano l’opera di Wall: il 27 febbraio, presso l’Auditorium del MAST, si svolgerà un talk sull’opera del fotografo in cui dialogheranno i curatori Urs Stahel e David Campany, mentre vanno avanti le visite didiattiche e i family tour che uniscono la visita della mostra a laboratori e proiezioni.

Il percorso espositivo si concentra su uno dei nuclei centrali della ricerca di Jeff Wall: la rappresentazione della vita quotidiana e delle dinamiche sociali nel contesto urbano e industriale occidentale. Lavorare, muoversi, sopravvivere: i gesti ordinari diventano materia di immagini complesse, solo in apparenza istantanee colte dal vero. In realtà, le sue fotografie sono costruzioni meticolose, scene pensate e orchestrate con metodo quasi cinematografico, che mettono in discussione l’idea di fotografia come semplice documento.

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Il lightbox come rivoluzione visiva

A partire dal 1978 Jeff Wall introduce nella sua pratica i lightbox, trasformando uno strumento tipico della comunicazione urbana – il pannello luminoso pubblicitario – in dispositivo artistico. Per circa trent’anni questi supporti retroilluminati diventano il centro della sua produzione, insieme alle diapositive di grande formato.

I lightbox proiettano l’immagine verso lo spettatore, evocando il cinema e il teatro. L’immagine si impone, luminosa, immersiva, quasi fisica. Al contrario, le stampe fotografiche assorbono la luce e chiedono allo sguardo di entrare, di superare una soglia invisibile. È una tensione continua tra rivelazione e sottrazione, tra esposizione e mistero.

Jeff Wall Courtesy: the Artist and White Cube

Dal 1997 l’artista introduce anche il bianco e nero, che definisce come un’“antitesi” rispetto alle grandi diapositive a colori: un mondo improvvisamente privato del colore, una sorta di allucinazione che genera uno shock percettivo.

Il tableau e la tradizione pittorica

Jeff Wall ha contribuito in modo decisivo a restituire alla fotografia un valore pittorico. Le sue immagini dialogano apertamente con la storia dell’arte: dal modello del tableau ai riferimenti a Velázquez, Delacroix e Manet. Come i grandi maestri, Wall affronta temi sociali ed esistenziali, ma li cala nel presente, in contesti segnati da disuguaglianze economiche e tensioni culturali.

Spesso utilizza il formato a grandezza naturale, collocando lo spettatore davanti – o persino dentro – la scena. È un coinvolgimento che non offre risposte immediate, ma invita a interrogarsi, a cercare significati nascosti in composizioni volutamente ambigue.

Gli umiliati e offesi del presente

Nelle opere selezionate per il MAST emerge con forza l’attenzione dell’artista verso le persone in difficoltà: lavoratori, individui ai margini, soggetti invisibili del paesaggio urbano. Urs Stahel sottolinea come Wall guardi non solo a chi “vince” nella società, ma anche a chi soffre e lotta, richiamando idealmente gli Umiliati e offesi di Dostoevskij.

Lo studio dell’artista, situato in un quartiere popolare di Vancouver, ha alimentato nel tempo un contatto diretto con le fasce più fragili della popolazione. Eppure la sua opera evita ogni retorica ideologica: l’immagine resta aperta, sospesa tra realtà e costruzione, tra documento e finzione.

La mostra è accompagnata da un catalogo pubblicato da Schirmer & Mosel Verlag in edizione italiana e inglese, con un saggio critico di Urs Stahel.

Con Living, Working, Surviving, il MAST conferma la propria vocazione a indagare il lavoro e la società attraverso la fotografia. E Jeff Wall, con le sue immagini luminose e stratificate, ci ricorda che la realtà non è mai solo ciò che appare: è una scena da osservare, abitare, interpretare.

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