La scomparsa di Antonino Zichichi segna la fine di una stagione importante della scienza italiana. Fisico teorico di fama internazionale, divulgatore instancabile, fondatore di istituzioni che hanno cambiato il volto della ricerca nel nostro Paese, Zichichi non è stato soltanto uno scienziato: è stato un costruttore di visioni.
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Alla Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, il 13 febbraio 2026 i funerali di Stato, con Ministro delle Ricerca e della Cultura oltre al Presidente delle Repubblica Mattarella o moltissime autorità. Commoventi le parole dei figli e dei nipoti, una testimonianza di un uomo che non si ricorda per gli anni ma per le grandi visioni, un uomo dallo sguardo universale capace di parlare con la politica e di fare ricerca nei laboratori. Un amante dell’arte e dello sport. Un uomo capace di far dialogare scienziati di paesi lontani durante le lezioni di surf, come ricorda uno dei figli.
Il suo nome è legato a doppio filo alla fisica delle particelle, alla ricerca sui costituenti fondamentali della materia e alla costruzione di infrastrutture scientifiche che hanno portato l’Italia al centro del dibattito internazionale. Ma sarebbe riduttivo fermarsi alla definizione di “fisico”. Antonio Zichichi ha incarnato un modello di scienziato-comunicatore, capace di parlare al grande pubblico senza rinunciare alla complessità.
Il Laboratorio del Gran Sasso: una visione sotto la montagna
Uno dei suoi lasciti più concreti è il Laboratorio Nazionale del Gran Sasso, il più grande laboratorio sotterraneo al mondo dedicato alla fisica astroparticellare. Ideato negli anni Settanta, il progetto nasce da un’intuizione semplice e rivoluzionaria: sfruttare la protezione naturale della montagna per schermare gli esperimenti dalle radiazioni cosmiche.
Oggi il Gran Sasso è un punto di riferimento internazionale per lo studio dei neutrini, della materia oscura e dei fenomeni più enigmatici dell’universo. Senza la determinazione di Zichichi, difficilmente l’Italia avrebbe avuto un’infrastruttura scientifica di questo livello, capace di attrarre ricercatori da tutto il mondo.
Il laboratorio non è solo un centro di ricerca: è il simbolo di un’idea di scienza come investimento culturale e strategico. Una connessione diretta all’Europa e al Cern di Ginevra, un dialogo con quello che è il nostro presente dove l’immanente raggiunge lo spirituale, come lo stesso Zichicchi amava raccontare.
Il Centro di Cultura Scientifica di Erice
Altro pilastro della sua eredità è il Centro di Cultura Scientifica “Ettore Majorana” di Erice. Fondato nel 1963, il centro ha ospitato migliaia di scienziati, premi Nobel e giovani ricercatori, trasformando un borgo siciliano in un crocevia mondiale della fisica.
Erice non è stato soltanto un luogo di studio. È stato uno spazio di dialogo, confronto e contaminazione tra discipline. Zichichi aveva capito prima di molti altri che la scienza non può crescere isolata, ma deve alimentarsi di scambi continui, di confronto internazionale, di apertura.
In un’Italia spesso periferica rispetto ai grandi centri di ricerca, Erice è diventata una capitale della cultura scientifica.
Il Manifesto di Erice: la scienza come ponte tra le culture
Forse il contributo più attuale di Antonino Zichichi è il cosiddetto “Manifesto di Erice”, che promuoveva la scienza come strumento di dialogo tra popoli e culture. In un mondo segnato da tensioni geopolitiche, la fisica diventava terreno neutrale di cooperazione.
La scienza, secondo Zichichi, non appartiene a un Paese, a una religione o a un sistema politico: appartiene all’umanità. Questo principio ha guidato decine di iniziative internazionali, favorendo la collaborazione tra ricercatori provenienti da contesti anche molto distanti.
È qui che emerge la sua dimensione di comunicatore. Zichichi ha saputo tradurre concetti complessi in discorsi pubblici, libri, conferenze televisive, diventando una figura riconoscibile anche fuori dall’accademia. Non sempre unanimemente condiviso, ma sempre centrale nel dibattito.
Un’eredità che va oltre la fisica
Antonio Zichichi lascia infrastrutture, scuole, reti di collaborazione. Ma lascia soprattutto un’idea forte: la scienza come responsabilità civile.
In un’epoca in cui la divulgazione scientifica è diventata fondamentale per orientare l’opinione pubblica su temi cruciali – dal clima alla tecnologia – la sua figura ci ricorda che il sapere non è neutro, ma deve essere condiviso.
La sua scomparsa non chiude solo una biografia, ma un capitolo della storia scientifica italiana. Il Gran Sasso e Erice restano lì a ricordarci che la ricerca, quando è sostenuta da visione e coraggio, può cambiare la posizione di un Paese nel mondo.