Tra proteste, blackout informativo e repressione, il mondo dell’arte in Iran si ferma: gallerie chiuse, mostre sospese e artisti uccisi.
In Iran, in questo momento, fare arte non è una questione culturale, ma una scelta esistenziale. Mentre le proteste iniziate a fine dicembre si sono estese dalle strade ai bazar, dai commercianti alle università, anche il mondo dell’arte è entrato in una zona di sospensione radicale: gallerie chiuse, mostre cancellate, artisti ridotti al silenzio. Almeno quando non colpiti direttamente dalla repressione.
L’articolo continua più sotto

La nostra newsletter bisettimanale dedicata al mondo dell’arte e della cultura
LEGGI ANCHE: ‘Rivoluzione’, la nuova opera di Laika a Roma contro il regime iraniano
Secondo quanto riportato da The Art Newspaper, le prime chiusure di spazi espositivi sono avvenute già a partire dal 28 dicembre, quando le manifestazioni contro il crollo della valuta e il collasso economico hanno iniziato a diffondersi su scala nazionale. Molte gallerie avevano inizialmente ridotto gli orari, chiudendo prima delle proteste serali delle 20.00. Poi, con l’intensificarsi della violenza e degli arresti, la scelta è diventata più netta: serrande abbassate e progetti sospesi.
Dall’8 gennaio, con l’imposizione di un blackout quasi totale di internet e delle comunicazioni, ricostruire ciò che sta accadendo sul terreno è diventato estremamente difficile. Le poche testimonianze che filtrano arrivano attraverso canali informali, intermediari o chiamate unidirezionali.
Le gallerie come spazi civili (e il momento di chiuderle)
Un gallerista iraniano, raggiunto in forma anonima per timore di ritorsioni, ha spiegato a The Art Newspaper che la decisione di chiudere non è stata immediata. «Credo che le gallerie – ha detto – soprattutto in un paese come l’Iran e in tempi di caos, possano essere più che spazi espositivi. Possono diventare luoghi di dialogo libero».
Ma quando le proteste si sono fatte più violente, con notizie di morti e arresti, anche questa convinzione ha dovuto fare i conti con la realtà. «Questa volta è diverso rispetto al 2022. – racconta – Non si tratta solo di restare aperti o chiudere. È un’azione collettiva che coinvolge interi settori della società: bazar, attività private, ristoranti. Chiudere è stato un gesto di unità».
L’impatto della crisi economica è devastante: beni di prima necessità come pane, carne o uova sono diventati inaccessibili per molte famiglie. Persino materiali di base per il lavoro artistico — come il pluriball — non hanno più un prezzo stabile. «Il fornitore si aspettava un aumento del 70% il giorno dopo. Può immaginare?», racconta il gallerista.
Quando l’arte diventa fuori luogo
In questo clima, l’arte stessa viene messa in discussione come pratica legittima. L’account Instagram Galleryinfo.ir, punto di riferimento per la promozione delle mostre a Teheran, è stato duramente attaccato online per aver segnalato eventi culturali nei primi giorni di gennaio. Commenti offensivi, accuse di mancanza di umanità, domande dirette: Davvero vi aspettate che la gente vada per gallerie mentre il paese è in fiamme?.
Anche Bavan Gallery ha cambiato posizione nel giro di 24 ore: dopo aver pubblicato la frase la resilienza è una forma d’arte, ha annunciato la sospensione di tutte le attività, definendo la galleria uno spazio bianco, aperto alla presenza e al dialogo, ma non all’esposizione.
Il messaggio è chiaro: in Iran oggi l’arte non è neutrale, e ogni scelta — restare aperti o chiudere — è inevitabilmente politica.
Artisti uccisi: i nomi, non solo i numeri
Il prezzo più alto, però, lo stanno pagando gli artisti stessi. Secondo Artists at Risk Connection (ARC), almeno quattro artisti sono stati uccisi dalle forze di sicurezza iraniane dall’inizio delle proteste.
Tra loro Mehdi Salahshour – scultore cinquantenne e docente, ucciso a Mashhad l’8 gennaio – e Javad Ganji, regista, colpito a morte a Teheran il 9 gennaio. E ancora Rubina Aminian, studentessa e fashion designer, e Soroush Soleimani, artista hip-hop.
ARC, citando fonti indipendenti e media internazionali, parla di uccisioni extragiudiziali diffuse, avvenute in un contesto di totale oscuramento informativo. «La repressione è così estesa che chiunque può diventare un bersaglio», ha dichiarato la direttrice esecutiva Julie Trébault, chiedendo un intervento urgente della comunità internazionale.
Anche l’Iranian Independent Filmmakers Association (IIFMA) ha lanciato un appello, denunciando oltre 2.000 civili uccisi in pochi giorni, secondo stime non ufficiali, e rilanciando le parole dei registi Jafar Panahi e Mohammad Rasoulof, che chiedono accesso immediato alle informazioni e monitoraggio internazionale.
L’arte iraniana vista da fuori
Mentre in Iran tutto è sospeso, fuori dai confini il legame con il paese è diventato ancora più doloroso.
A Londra, Ab-Anbar Gallery ospita la prima mostra britannica dell’artista iraniano Amin Bagheri. Il direttore Salman Matinfar racconta di aver ricevuto l’ultimo messaggio dall’artista con poche parole: «Internet è stato tagliato».
La mostra, Hyle – Dark Light, composta da grandi disegni a grafite su tessuto sospeso, riflette sul conflitto tra opposti, sulla violenza latente e sull’impossibilità di comprensione. Alcune opere — come un’immagine a raggi X di ferite da arma da fuoco — richiamano direttamente le immagini circolate durante le precedenti proteste. L’esposizione è stata prorogata fino a fine febbraio.
Durante il primo weekend del blackout, la galleria ha aperto le porte come spazio di ascolto e confronto, più che come luogo espositivo. «Una forma di terapia», la definisce Matinfar.
Foto: Shutterstock